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Geografia interiore

Se gli ingranaggi del pensiero non mettessero a tacere i palpiti del cuore, sarebbe possibile avvertire: «Quel senso d’appartenere / ad un più grande giro, / che non sia il solito / interrompersi del cammino». Solamente a patto di ascoltare quanto sa il cuore, afferma Giovanni Sato: «Arriverò a comprendere, / le curve che schiudono il mondo / in fattezze più umane».

Nella Geografia interiore che egli tratteggia, ritroviamo una poesia saldamente ancorata alla realtà, al bisogno di certezze, di assoluto e armonia. Poiché viaggiare è «un turbinare di coralli / fuori dall’acqua per mostrare / l’interiore volto degli Spiriti delle pietre», occorre sapersi porre in sintonia con quanto ci circonda. Se ci immedesimiamo negli altri, ponendoci quindi sul loro stesso piano, possiamo osservare come anche un sasso, levigato nel corso del tempo, possieda un’anima. E allora possiamo scoprire persino come i viaggiatori paiano destinati a divenire sassi a loro volta, come l’uomo di mare «reso pietra dal vento».

Viaggiare può essere una valida occasione per allontanarsi dalle proprie abitudini e dal passato («gli anni trascorsi in questi / luoghi disabitati»). L’evasione onirica è, tuttavia, breve e rappresenta una premessa indispensabile per il raggiungimento di una completa consapevolezza delle proprie risorse e responsabilità: «E sogno di andarmene / un giorno / in quell’altro-ve / immaginando chissà quali / cose in più potrei trovare / che qui non ho. / Ma forse altrove è ora / qui in questo / minuscolo esistere, / in questo frammento, / dove respiro l’aria che respiro / ed è tutta mia / e posso volgere una preghiera / a chi mi ha fatto / e posso fare / qualcosa per qualcun altro».

Superando i propri particolarismi e apprezzando nella diversità non solo ciò che accomuna, grazie alla solidarietà le geografie interiori possono mutare i loro confini. E allora l’individuo potrà avvertire una sensazione di maggiore completezza, ritrovare il suo posto nel mondo, sentire che la sua vita ha davvero un significato.

Inoltre, il poeta ci rammenta che «Ha un suono / l’altrove che non si può dire / e forse nemmeno udire / se non si accorda / il cuore con l’infinito». L’infinito assume i volti del cielo e del mare: «è un intercalare / di suoni senza che il male / trovi qui parole. // Così è il mare: / porta su la sua pace». E, dal canto suo, la pioggia porta «in terra / gli spiriti del cielo».

L’acqua è essenza della parola, l’aria compone la sillaba: la scrittura di Geografia interiore, seppur molto meditata e colta, è dotata di una non comune levità.

Una trama raffinata sostiene l’intero libro: Giovanni Sato è riuscito a catturare quella luce che pervade il mondo e che possiamo ritrovare dentro di noi: «una parola può essere / il calore che trasforma, / la calma che fa sopravvivere // dal male».

Viaggiando, addirittura possiamo scordare le motivazioni per cui abbiamo voluto intraprendere quel percorso, concepito sia in senso fisico che metaforico, perché, nel mutamento inatteso, riceviamo il dono di nuove prospettive, di inedite visioni, catturate da un occhio interiore capace di cogliere l’essenza delle cose. E allora anche «L’orizzonte è una linea interiore: / un cartello che compare nella nebbia / dà il senso al nostro passaggio» … «è più vicino / di quanto sembra: siamo già lì / sulla linea immaginaria»

La via per raggiungere la destinazione finale: «È una strada pensosa con ombre alle radici, / un versificare d’alberi che accennano / al passare d’uomini e donne uniti / in questa affannosa ricerca della Porta // dove la Luce Continua». Ma anche se «Noi e l’albero viaggiamo / con la stessa linfa» … «Quel che varia è il movimento, / così lento e dolce, / dei rami e delle foglie, / e così disarmonioso / quello del nostro incedere / piegati al giogo».

Il tema dell’armonia naturale e altri argomenti, come certi stilemi di Geografia interiore, si ritroveranno nell’opera di Giovanni Sato, pubblicata l’anno seguente dallo stesso editore, La solitudine del cielo.

Una poesia che fa, di sobrietà ed eleganza, la propria costante.

Recensione
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