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Il sandalo di Nefertari

Il lettore avvicinandosi alla produzione saggistica e poetica di Rossano Onano non può non notare l’estrema ricchezza e varietà di argomenti e spunti che si intrecciano, in un tessuto formale che tiene ben desta l’attenzione riga dopo riga, verso dopo verso.

Ero convinta di aver visto anni fa al Museo Egizio di Torino un paio di sandali di Nefertari, ma dopo essermi imbattuta nell’ultimo libro di poesia dato alle stampe da Onano, comincio a pensare di possedere a tal riguardo un falso ricordo. Infatti, in apertura del volumetto, si legge: «Il Museo Egizio di Torino conserva un sandalo di Nefertari, rinvenuto dall’avventuroso Ernesto Schiaparelli nella tomba ipogea della regina. // Nessuna notizia del sandalo mancante.».

Ovviamente non ha importanza sapere se il sandalo “gemello” risulti veramente disperso o meno, proprio questa è la magia della poesia: finzione e realtà si compenetrano a tal punto che le immagini e le musicalità che ne scaturiscono appartengono a un mondo dotato di piena autonomia. Si tratta di un sandalo che induce il lettore a fantasticare, come avviene per i sandali di Gradiva, su quanto non viene svelato.

Non di rado l’assente fa parlare di sé più di chi è presente, e il pezzo mancante del puzzle accentra su se stesso l’attenzione, rimandando al tempo stesso però anche a tutta una serie di rapporti con gli altri frammenti, ognuno dei quali è alla ricerca di una propria identità composta di autonomia e relazione.

Malgrado una certa complessità di fondo, non pochi dei segmenti versicolari ideati da Rossano Onano hanno il potere di emozionare un ampio spettro di pubblico. Il suo sandalo di Nefertari colpisce l’attenzione non meno dei sandali bianchi dell’infanzia di cui ha scritto Gabriela Fantato: «Il sandalo regale ha l’infradito / Ramesse a filo d’oro l’ha cucito. // Ramesse l’ha calzato alla sua sposa / nell’arca d’oro la donna riposa.».

Non sono poche le stranezze che sorprendono il lettore in queste pagine; tra vari cambiamenti di registro, le dimensioni spaziali e temporali creano curiose sovrapposizioni e intrecci di trama. Nella deriva degli oggetti e delle creature, ci sono talvolta appigli salvifici, perlopiù inattesi eppure possibili. Il sandalo di Nefertari ci parla di amori telefonici e di ipermercati quali luoghi di aggregazione del nostro tempo, ci consente di incontrare, tra gli altri, Vlad Dracul detto l’Impalatore mentre si commisera dinanzi allo specchio, Giulio II impegnato a interrogare l’immagine introiettata di Papa Borgia, Lev Tolstoj mentre interroga la matrioska compagna di giochi di quand’era bambino. Inoltre, per fare solo qualche altro esempio, ci sono pure titoli che richiamano William Shakespeare e Paolo Sorrentino, in un insieme alquanto composito.

Non sono assenti nemmeno versi che possono fare molto male a un lettore sensibile, creando un cortocircuito per il quale è difficile trovare “misure protettive”. Mi riferisco, riguardo a queste ultime osservazioni, in particolare a due poesie che potevano già “fare libro” da sole, per pregnanza e importanza di significato, che riportiamo qui di seguito per intero.

“La grande bellezza”

Lieve, solleva la gonna sul cuore
la bambina che ha colto le margherite,
le travasa nell’angolo schivo dell’orto
compone a mosaico un inquieto lenzuolo bianco.

L’uomo solitario si aggira in bicicletta
passa su e giù pensando che dono portare,
quando l’ombra sarà insicura e più lunga,
una bambola, la caramella d’anice, il cellulare.

“La grande bellezza non si dà per vinta”

Se vuoi te la faccio vedere
dice la bambina azzurrata.
Il vecchio la vuole vedere
fino a quando se n’è andata.

Fino a quando se n’è andata
con uno stridulo riso.
Il vecchio la vuole vedere
nell’azzurro che l’ha ucciso.

Recensione
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