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La precisione del faro ovvero Tat Twam Asi

Ne La precisione del faro ovvero Tat Twam Asi Leda Palma dimostra di possedere anche in poesia (ella è pure attrice) una non comune capacità di immedesimazione. L’autrice riesce a cogliere concretamente, infatti, il dolore che colpisce tutti quanti, e quindi non soltanto gli esseri umani, bensì ogni anima, ogni creatura.

La ricchezza di sfumature di pensiero, scavando in zone d’ombra, e la varietà di stati d’animo vengono colte nella loro interezza, ricorrendo frequentemente all’uso dell’enjambement, e con molteplici soluzioni. Non può passare inosservata «una malinconia che / subito si scioglie se mi ravvivi / la nuca con un bacio», poiché «il tragitto contiene / come le prove di una recita / dove il pensiero cresce in vista / di una Prima trionfale / d’esistenza».

Le origini friulane della poetessa gettano le premesse del racconto in versi, rese ancor più pregne di significato con l’allontanamento dalla sua terra: «Sono nata accanto alle campane» … «Appollaiata al focolare lucevo di geloni».

La poesia è il mezzo per assorbire l’essenza di ogni aspetto del mondo reale, non una via di fuga o un universo parallelo inattaccabile: «Tutto // sta in una poesia spingono / parole prendile saldi alfabeti / d’acciaio smuovono sogni lontano / da tutto questo buio».

Leda Palma vorrebbe poter riuscire a vincere le barriere dell’incomunicabilità, per superare quelle contraddizioni e quei fraintendimenti che generano lo iato che divide, separa e allontana. Rammentando un “Barbone” incontrato un giorno per strada, ella ammette: «sapessi andare oltre i margini / dirti senza paura vieni fratello // dentro il mio verso vieni / la tua casa è qui la cuccia / della tua ombra e mia».

La scrittura nasce da un’intima ferita e da una sensazione di abbandono, da un bisogno di aprirsi nei confronti del prossimo, per ritrovare la parte più profonda e autentica di se stessi: «Questa lama di foglio / mi sanguina da un dito / voglio renderla braciere / voce che sconfina» … «capire il perché» … «scrivere un mastice che faccia / da riparo». E può capitare che si abbia «D’improvviso / voglia di cambiare foglio / quello successivo un’altra vita». Alla ricerca di quello che accomuna.

La precisione del faro esige onestà, quindi non si può indugiare e adagiarsi su facili luoghi comuni, soprattutto trattando argomenti spinosi come la malattia e la morte: «Da un numero sul letto» … «al tailleur che più ti dona / scarpe in tinta a piedi nudi no / nell’albergo di Dio». Occorre perseguire una spiritualità autentica, sulla scia della partecipazione, immaginandosi calati nel ruolo dell’Altro: «le vesti // non strappatemi del cielo solo / l’immenso è quieto ricordate suore / Ricordate lo specchio che vi sputa / in faccia E ridete prive di mistero // Cadranno montagne oltre la luna».

E non si può cancellare una «Infanzia di menzogne / non cucita di ripari / d’un soffio d’anima / oscure sacrestie / di preti laidi vecchi / corvi le parole eppure / il respiro era fiamma all’altare / un bisturi eterno le campane» … «durava anni un giorno / le ginocchia piegate / nel disarmo di ali».

Non in ogni circostanza possiamo disporre di un faro e fare affidamento sulla sua precisione. Si consuma l’esistenza accumulando esperienze, ma non sempre il proprio vissuto è d’aiuto nell’affrontare le quotidiane difficoltà: in “Estate” «Sbaglia strada il pettirosso» e in “Ogni primo mattino della terra” «Accade che una rondine dimentichi / la scienza del volo si scagli sul vetro / imprima l’anima di tenebre come / un trapasso voluto» (questi segmenti di versi ci rammentano “La colomba”, di cui canta Sergio Endrigo).

Svariate pagine de La precisione del faro risultano disseminate di spine, in attesa di altre spine. Persino le margherite sono state «macchiate di nero olio», di nero oblio, e talvolta la forza del ricordo tramuta in morso che lacera l’anima.

L’India occupa un posto privilegiato in questo libro, come nella vita dell’autrice: «Due anime / appoggiate al vento / di una faglia / negli occhi l’ostaggio / della fame / alla destra un bimbo / a sinistra un cane»; «cani grondano / ferite salpano corvi trucioli di morte / nell’invece dei mantra onde di pace» … «non so come spegnere / gli occhi nei vicoli di bimbe violate» …«eppure / questa terra non pesa sul mio cielo». Nelle pagine dedicate all’India, la capacità di immedesimazione di Leda Palma tocca le vette più alte.

Anche se la luna ignora l’identità della poetessa e i legami possono allentarsi o spezzarsi, indissolubile rimane la rete che unisce tutti i destini, verso l’ineludibile meta finale: «Gelso nascondi il tuo / pianto al mio i commiati ai miei / feroci d’incertezze non fraintendermi / sono qui linea che ci congiunge / a una vita maggiore».

L’ombra del tempo minaccia ogni esistenza. Ma porta anche luce di senso.

Infatti, risulta ancora possibile «indurre il faro / a cucire più luce dentro il mare».

Recensione
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