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La solitudine del cielo

Volume corposo, La solitudine del cielo di Giovanni Sato. Con eleganza l’autore individua nuove possibilità espressive anche per spunti tematici consueti, in una visionarietà metafisica che cattura il lettore passo dopo passo anche grazie a un’interessante distribuzione degli stessi testi poetici nel susseguirsi delle pagine.

La malinconia, legata a un tempo che fu e che non sarà mai più, o che potrebbe non esserci, si accompagna al ripetersi ciclico delle stagioni (Siamo «nomi appesi a foglie»), che conduce sempre a un’ulteriore rinascita. Il tutto è la negazione del nulla e di esso fa parte anche l’uomo, e malgrado l’anima si trovi imprigionata nel corpo («Non ti vede neppure il cielo / che ha troppe stelle cui badare / e gli spazi preferisci della rosa / che ha eterni i giorni anche se muore.»), non si deve temere la fine poiché essa coincide con l’inizio dell’infinito. Il troppo pensare genera stordimento, mentre basterebbe accettare le stagioni dell’autunno e dell’inverno in quanto foriere di conoscenza.

La ripetitività infonde una sensazione di sicurezza, ma potrebbe anche costituire una grave limite, e allora «spostarsi dall’usuale e andare oltre, / questo il fine / dei prossimi giorni.». Ed è possibile «Avere nel dubbio un’entità / che ci sostenga dal sottile / precipitare», poiché «C’è un punto fra le foglie / dove i sogni stanno / adesi e quasi appesi / in dissonante voce» … «È lì il punto chiave / dove rinominare il senso». Esistono, pertanto, luoghi dai quali risulta possibile accedere al significato delle cose e del vivere. Luoghi esteriori e interiori. E allora possiamo chiederci in quante lingue, in quanti modi si possa ancora sognare. Di certo possiamo affermare che i sogni della rosa sono anche i nostri sogni.

L’incessante metamorfosi, l’inarrestabile divenire non può impedire che tu «fermi nel corso delle cose / quel momento breve / dove non si consuma nulla / nemmeno il tempo.». E occorre ammettere che «ci basta quest’attimo / che ci innalza dalle rovine, // passaggio d’ali / in cui esistere come rosa.».

C’è molta acqua, copiosa pioggia che si riversa su queste poesie e sulla vegetazione descritta in queste pagine, mentre si libera una musica liquida che produce silenzio attorno a sé (Donatella Bisutti ha scritto che: «La musica del silenzio, quando può essere percepita, è solo rumore.», comunque sia, sia il rumore che il silenzio possono aiutarci a capire quale direzione seguire o non seguire), si tratta di una pioggia in grado di lavare via il male, e che può esprimere la solitudine degli astri.

Esistono solitudini azzurre, del cielo e del mare e, a fronte di un dio mai visto, viviamo spesso isolati nella folla, mentre L’insostenibile leggerezza dell’essere diviene (o pare farsi) impercettibile. È importante saper stare in solitudine, sia per ritrovare se stessi, sia per poter sviluppare relazioni equilibrate con gli altri. Lo spreco di vita è enorme, tra errori, distrazioni, fraintendimenti. Tutto scorrerebbe in modo diverso, se soltanto ci si accorgesse prima che, nel reciproco sostegno, si genera luce in grado di opporsi efficacemente alle tenebre.

Dunque, La solitudine del cielo è esempio di poesia ben radicata nell’esistenza, nelle sue angosce come nelle sue “sorprese”, una poesia che si fa albero, radice, foglia, corteccia, senza bisogno di fughe dalla realtà se non per ritornarvi con nuova linfa.

Se la si osserva veramente, la sera presenta un volto salvifico mentre, per scrivere, il poeta affonda le dita nel buio. E anche se il cielo appare immutabile e non influenzabile dal nostro comportamento e dalle nostre scelte, ci giunge un’esortazione a non arrenderci: «Leviamoci dunque / al di sopra delle righe / e scriviamo in fogli nuovi / le nostre vite.».

Ancor prima della carta, il poeta è in grado di leggere il legno e l’albero, e di scrivere sull’acqua e di servirsi dell’aria, ma soprattutto egli è capace di cogliere la scrittura immersa nella terra, di cui si nutre la parola che assurge alla vera pienezza e pregnanza.

Anche se «Il Cielo è Lontano» (Christina Rossetti), possiamo avvertire un «tendere del cielo alla terra» e, con la giusta predisposizione d’animo, possono maturare le condizioni necessarie affinché avvenga una sorta di fusione con il cielo medesimo.

Dopotutto la notte rende le infinità vicine.

E siamo e non siamo, al tempo stesso, La solitudine del cielo.

Recensione
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