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Les choses du monde sono le protagoniste di un volume pubblicato, con traduzione a fronte in francese, da Paolo Ruffilli; esso risulta così strutturato: “Diario di Normandia” (“Journal de Normandie”; traduzione di Patrice Dyerval Angelini), “L’assedio di Costantinopoli” (“Le siège de Constantinople”; traduzione di Bernard Simeone), “Nuvole” (“Nuages”; traduzione di Chiara De Luca e di Bernard Simeone), “Poesie” (“Poèmes”; traduzione di Lorand Gaspar). Il tutto è accompagnato da una vibrante nota di Roland Barthes: …«l’espace de l’écriture est un espace de mort»…«Il est rare de remarquer des effets si inquiétants dans un contexte apparemment décontracté à l’air aussi léger. Cette poésie a la force de ce qui sait angoisser le lecteur, tout en le charmant.».

Les choses du monde è un titolo che ne ricorda molti altri, volendo cercare soltanto nella produzione degli ultimi anni; per esempio, possono venire alla mente, per opposizione, Sogno del mondo di Mariateresa Giani (Edizioni del Leone, 2007), e, per affinità tematica, La materia del mondo di Domenico Cara. Quella generica parola “cosa”, tanto odiata dagli studenti dei corsi di scrittura creativa, nella produzione di Paolo Ruffilli porta con sé strati e strati di significati, tra scie che scorrono nelle pagine dei suoi diversi libri.

Riguardo ai titoli, invece, delle singole sezioni, già nel 1995 Paolo Ruffilli aveva pubblicato Nuvole e nel 1990 Diario di Normandia (Amadeus; Premio Montale). Per quanto concerne Le cose del mondo, possiamo fare qualche cenno al rapporto intercorrente tra il poeta e le “cose”, rammentando anche quanto scritto in opere precedenti, ma l’argomento meriterebbe uno studio specifico. Alcuni dei personaggi ideati da Paolo Ruffilli si ritrovano protagonisti di una relazione privilegiata con le “cose”, mai intese quale scialba “roba”.

Nella prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo a La gioia e il lutto (Marsilio Editori, 2001), leggiamo: «Per pensare poeticamente »…«Ruffilli ha bisogno che la realtà sia messa fra parentesi, stilizzata in categorie, ritirata in qualche modo nella mente che la classifica appena i suoi dati concreti fanno capolino» (le parentesi svolgono un ruolo fondamentale tra i frammenti versicolari del “Diario di Normandia”). Prosegue Pier Vincenzo Mengaldo: «La realtà non è dunque trascesa per via di immaginazione libertina, ma di pensiero, al cui servizio si pone, costringendosi, l’immaginazione.». Questo è vero per Ruffilli anche se egli, nei Preparativi per la partenza (Marsilio Editori, 2003), ha ammesso: «L’immaginazione è l’unica via che io conosca per saperne di più». Ancora nei Preparativi per la partenza leggiamo: ««Si può scegliere di essere schiavi delle cose e non delle persone.»»…««Ognuna delle cose che ho conquistato continua a tenermi legato a sé con il suo fascino, con le sue qualità straordinarie. Non c’è alternanza, ma contemporaneità.»».

Varie epigrafi risultano inframmezzate nella prima sezione de Les choses du monde, ovvero il “Diario di Normandia”; si tratta di piccoli grappoli di versi che, al di là di gradevoli notazioni coloristiche, già lasciano che si insinui qualcosa d’inquietante nella levità della dimensione quotidiana: così ci imbattiamo in un cielo ferito, un «cielo smozzicato | a strappi e cuciture | viola rosato», in rive dal colore «verde-marcio marrone», in un «cielo cupo nero | ferro grigio ardesia | madreperla latte», in «crolli di siepi erba | cielo striato cenere», in un «cielo emaciato livido»…

Viene colta l’essenza umana nella sua fissità (che può sfiorare persino l’inanità) più ricorrente: «Bloccati in un eterno | avvio da terra | verso il mare aperto»…«(Controlli, indugi, | attese a non finire | prima di spiccare | – anche se pare, a | poco a poco, sempre | più improbabile – | finalmente il salto.)» (che non sempre risulta essere liberatorio, come, per esempio, nella produzione di Gabriela Fantato, per la quale la vita è una continua caduta e pure il tuffo porta verso il basso).

Il poeta così si vede: «viaggiatore di terraferma, | che scruta il mare di lontano | e ne controlla il movimento | ma c’è chi crede, qui, | che il mare incanti | chi lo guarda | e gli faccia, prima o poi, | prendere il largo.)» (Tagore ha scritto: «a terra, l’anima piange.»).

In questo modo Paolo Ruffilli approfondisce: «(La cosa fastidiosa | è che tutto accada | anche quando non ci siamo | o, presi intanto | dentro un’altra storia, | non ce ne accorgiamo.)» (ciò capita spesso ai personaggi carveriani). Persino il tracciato stradale viene visto come un mare, che induce ad arrestarsi, ad aspettare, a meditare. Il mare e la tematica del viaggio occupano un posto di primo piano pure nella produzione precedente di Paolo Ruffilli. Riguardo al mare, per esempio, vi è una leggenda riportata nei Preparativi per la partenza che vale la pena di ricordare qui di seguito: «Il dio del mare decise di nascondere i segreti della vita conservati nelle profondità del suo regno dentro minuscoli scrigni, per preservarli, ma anche per farli avere agli uomini. Perché non dimenticassero il mistero dell’origine, creò le conchiglie.». Il poeta è «D’accordo col filosofo, | che sempre e ovunque siamo | quello che mangiamo». Però, va detto, anche con Feuerbach l’attenzione ai bisogni concreti non impedisce di giungere alle opportune valutazioni circa le costruzioni concettuali.

Ruffilli rammenta di quando era giovane: «rimanevo a letto | giorni interi | per non distogliermi | dai sogni», quando probabilmente viveva «addormentato | entro il dolce rumore della vita», per dirla con parole penniane.

Emerge il fastidio procurato dallo sporco, dal vedere ragni e insetti (ossessione frequente, che spesso fa scomparire i ragni dall’universo poetico; invece, indimenticabili restano i ragni cariani). La poesia viene addirittura concepita alla stregua di un piccolo pesce, finito malamente tra le zampe di una gatta. Affiorano tutte le delusioni, le fessurazioni, le lacune, le carenze, il crollo della fede e della fiducia, l’apatia nei confronti di tutto e di tutti (talvolta senza nemmeno un apparente fondato motivo), i propri e gli altrui limiti, la debolezza della forma che, in continua metamorfosi, poi si dissolve. Comunque sia, «(Ti accorgi all’improvviso | che le cose riescono a distrarti, | a tratti per lo meno, dall’ansia | e a porre tra te e la vita | lo spazio necessario a contemplarla.)».

Ne “L’assedio di Costantinopoli (seconda sezione), all’inizio vi sono un paio di citazioni che ricordano i limiti dei maestri, che spesso non sfuggono agli allievi (come nel caso di Vittorio Alfieri, che rammentava sovente le qualità asinine di coloro che avevano cercato di istruirlo). Ci ritorna alla mente, però, l’insegnamento pliniano, secondo il quale non vi sarebbe nessun libro così cattivo da non essere in grado di trasmettere una qualche lezione. Paolo Ruffilli, nel contesto dell’assedio, ci ricorda come a volte occorra «arrendersi alle cose | come sono».

Nella terza parte del tomo, dedicata alle “Nuvole”, in alcuni frammenti ricompaiono, in un contesto diverso, alcuni versi che in precedenza era stati utilizzati, a guisa di epigrafe, nel “Diario di Normandia”: «cielo marcio palude | petrolio verderame | cielo di bottiglia»; «Schiene di nuvole | livido rimbalzo | della scia lunare»; «Cielo nero ebano | blu notte cobalto.». In quest’ultimo caso il lacerto, mentre subisce la biforcazione, viene ripetuto in modo imperfetto, ovvero con una lieve ma significativa variazione: «Schiene di nuvole» hanno preso il posto delle «Schiene di sabbia». Le nuvole di Ruffilli sono alquanto originali: a mollo, in un cielo di burro, cotte al forno.

Nell’ultima sezione, denominata con molta semplicità “Poesie”, compare una pagina dedicata a “La gioia e il lutto”, che richiama l’omonimo libro precedente dello stesso autore e le realtà ossimoriche della vita.

Gibran Kahlil Gibran (autore ben noto a Paolo Ruffilli che, a suo tempo, ne ha curato la traduzione), ne Il Profeta, scrisse: «Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere», in sintonia con il pensiero di Hofmannsthal e non di meno pure con quello dello stesso Ruffilli.

La gioia e il lutto, elementi cardine della produzione poetica ruffilliana, possono rivelare affinità con il Duro e Tenero di Robindronath Tagore («quel fuoco di morte | pieno di vita»; «L’amore piange, ride, asciuga le lacrime, | desidera ed ha, poi perde ancora !»), che come Gibran è stato attentamente studiato (seguendone un’accurata traduzione) dal poeta anni or sono.

Quasi alla fine del volume, “Servi del mondo”, invece, fissa «Le falsità dell’intelletto | gli oscuri mostri | del pensiero». Paolo Ruffilli anche stavolta non ha tradito i suoi lettori. Peccato, però, per taluni refusi, sparsi nel testo.

Le cose del mondo ci vengono incontro, leggendo questo libro, mentre nuvole arrestano l’emorragia del tempo che fugge. Il lettore, tra le onde del mare, scorge e vi vede riflessa la materia greve che si annida in ogni piega, che si sgretola e apre crepe. Eppure la fiamma del reale persiste, e con essa la forza della poesia, acre e soave forma di pensiero.

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