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Pietre

Con la silloge poetica Pietre Giovanni Di Lena si conferma voce attenta alle pesanti contraddizioni che ancora lacerano la società contemporanea. Proiettando la propria sensibilità ben oltre la personale esperienza, egli prosegue il suo percorso affinando sempre più la propria capacità di immedesimazione nel prossimo, cercando di comprendere in profondità le problematiche più diverse.

Poesia molto concreta, dunque, la sua, attenta alle esigenze reali della gente, gente tradita e disillusa a oltranza, da una classe politica spesso corrotta e non solo dalla classe politica.

Negli occhi delle persone che faticano ad arrivare a fine mese, Giovanni Di Lena si rivede, si riscopre, riappropriandosi di quella dimensione che lo contraddistingueva da bambino, quando sognava e imparava al tempo stesso le regole che la vita impone, le regole della rinuncia.

Nel contesto di queste pagine rimane un faro di riferimento la figura paterna, fedele a se stessa come il poeta. Ma i tempi sono cambiati, seppur le problematiche di fondo siano più o meno le medesime, e la paura ora domina e scandisce il ritmo delle giornate, giornate sempre più all’insegna dell’incertezza e del lavoro precario.

Dal canto suo, il poeta, nonostante non abbia realizzato alcuna rivoluzione, può comunque sentirsi in pace con se stesso, perché non ha fatto alcuna scelta di comodo, non è mai sceso a compromessi. Questo è un atteggiamento che, al di là delle possibili e ingannevoli apparenze, premia e conforta. Infatti, “La Natura non tradisce se stessa” e con il trascorrere del tempo si scoprono inevitabilmente le “scelte di circostanza”.

Tuttavia rimane l’amarezza, una tristezza di fondo. Sovente nemmeno la Bellezza riesce a dare conforto, a distrarre dal malessere che serpeggia.

L’autore ricorre a uno stile discreto, misurato. La parola viene soppesata e, piuttosto di un eccesso che può confondere, si preferisce la via della sottrazione.

Giovanni Di Lena cerca di riportare l’attenzione su quanti, siano essi stati resi famosi da giornali e televisione o siano rimasti nelle zone d’ombra dell’anonimato, hanno versato il proprio sangue nel tentativo di denunciare e documentare ingiustizie o atrocità di vario genere. Ingiustizie tutte umane, e in una fitta rete di responsabilità che rendono spesso quasi impossibile individuare un nemico reale.

La Lucania può testimoniare come “Il Bangladesh è qui”. L’Italia non è quel luogo ideale che molti vorrebbero far credere.

Non pochi sprofondano in un “celeste abbandono”, rivolgendosi al cielo e a un possibile dio, non sapendo più cosa fare, sentendosi impotenti, incapaci di sperare ancora. Sovente si sente di non avere appiglio sulla realtà, si ha la sensazione che il proprio destino sia in mano ad altri. La Giustizia ha acuito sempre più le differenze, tutelando spesso chi ha fatto della sopraffazione e della mancanza di rispetto verso il prossimo la propria strategia dominante. Una lezione avvilente, soprattutto da trasmettere alle giovani generazioni.

Il silenzio sovrasta, nella confusione più diffusa e nell’eccesso di comunicazione di messaggi fuorvianti e spesso pilotati. La cultura è in sofferenza. Non di rado il povero desidera la conoscenza; i figli degli operai possono, tra tanti sacrifici, laurearsi e avere un’ottima formazione, ma spesso devono accontentarsi di immagini virtuali o di carta, senza poter visitare ed esplorare direttamente i luoghi fatti oggetto di studio, senza poter ammirare le opere d’arte, patrimonio dell’intera umanità, senza filtri e distorsioni. Del resto, come ci rammenta Giovanni Di Lena, in Italia “Non si premia l’eccelso. / Si vuole la mediocrità.”.

L’autore non pare voler scrivere per lasciare un segno di se stesso, una traccia del proprio percorso esistenziale, bensì, sentendosi piccola parte di un tutto sconfinato e dolente, desidera rimarcare l’importanza che ognuno prenda consapevolezza delle proprie azioni, perché anche un solo piccolo gesto individuale, unendo le forze collettive, potrebbe ancora produrre effetti che sfiorerebbero il miracoloso.

Recensione
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