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Edita in quarto vincitrice del Premio Letterario Nazionale ”Scriveredonna" 2007, questa bella silloge di Angela Ambrosini si presenta con un titolo quarto mai appropriato e rivelatore. Proprio di rotte, percorsi, tragitti si parla infatti nel libro, intesi ovviamente in senso quanto mai esteso e spesso metaforico, ma comunque l'aria che si respira è precisamente quella d'un necessario movimento al quale offrire, più e meglio che si può, le coordinate di una direzione consapevole e non casuale. La scrittura, per parte sua, esprime misura e ponderatezza e trova effetti d'intensa suggestione senza bisogno di strafare, anzi proprio in virtù di un dettato mobile (anche per i frequenti, netti ed efficaci enjambements) ma composto. Si stabilisce, così, un persuasivo connubio fra affilato raziocinio e calda emozione nel quale non solo l'autrice, ma anche il lettore si scopre coinvolto, in un processo di identificazione e ribaltamento tra soggetto e oggetto. Si veda ad esempio, già nella prima poesia, come il gabbiano (incalzato da domande quasi leopardiane) sia colto nel suo "volo | assopito nel volo | vorace dei miei pensieri", oppure – nella seconda lirica, tra le più riuscite della raccolta – come si realizzi un duplice scivolamento temporale, dal perentorio e presente "Ecco" dell'attacco al "Non tornerà mai" del quarto verso, fino all'ulteriore arretramento del "Così diceva" che fa affiorare un passato ancora più remoto. Tra tutti i tragitti e le rotte, infatti, nessuo è più feroce di quello tracciato dal tempo, che travolge ogni cosa insinuando il dubbio sia "parvenza impietosa | l'arbitrio ostinato | che noi tutti divora": è solo l'illusione a farci apparire il passato "cosi vicino da rianimare | fragili gioie di cui piangemmo | il naufragio", le gioie di quando ciascun giorno era "d'attese  avido, | d'addii avaro" e ancora non era percettibile "il cappio del tempo | stringersi piano". Come corre il dolore, insiste l'autrice, "fino alla frontiera | ultima del giorno": un dolore che necessita, per essere compreso, qualcosa che lo sovrasti al di là dell'umana contingenza, individuale e collettiva.

Avvedersi di quarto sia "secolare e inesorabile la storia | col suo sfacelo, eterno | divenire finito e limitato" fa così scaturire dall'anima una preghiera: "insegnaci, Padre, a spiegare | le vele nel mare aperto | del tempo senza tempo | ... | in controluce | e a chiara voce". Un esilio, quello dal "tempo senza tempo", vissuto in parallelo con lo sradicamento geopolitico, come nella struggente poesia dedicata al padre esule di Dalmazia nella quale, come nella già citata lirica d'apertura, ancora un uccello di mare si tramuta in simbolo: "Tempo sarà del ritorno, | dicevi, | ma fu solo vagare | da estate a estate, | come gabbiano smarrito | che fra nebbie implori | fragori di rotte". Il tema dell'allontanamento e dell'impossibile nostos è letto nel proprio destino ma anche in quello d'altre genti e popoli, osservati con sguardo partecipe e compassionevole: "chi prima di noi | questa strada ha percorso | con la stessa gioia | disperata del ritorno", considerazione, anche qui, terrena e celeste al tempo stesso. Sono molte le poesie individualmente indirizzate, in epigrafe o nel titolo, a presenze amiche o affetti familiari: oltre a quella per il padre, va sottolineata la splendida poesia per la madre, di tenerezza e forza incredibili. Né manca una lirica dedicata alla scrittura, la cui chiusa è omaggio tutt'altro che vanaglorioso al valore della parole: "Grazie Signore per aver creato | la tua creatura creatore, | per aver cucito al mio fiato | le note dell'universo".

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