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Ancora un libro di altissima qualità per l’autrice di Selvazzano Dentro che, dopo lo splendido capitolo Dell’amicizia-My read hair (nel quale, come suggerisce il titolo, ad esser focalizzato era un legame umano) apparso nel 2004, torna a darci un’opera interamente ispirata al rapporto con la natura e il paesaggio. Era già questo, infatti, il principale motivo ispiratore del primo libro Dell’azzurro ed altro, così come della silloge siciliana A Tindari e del capolavoro Per colli e cieli insieme mia euganea terra, opere tutte fornite di una solidissima unitarietà: e davvero bisogna dire che oggi in Italia nessuno come Maria Luisa Daniele Toffanin sa dare seguito all’idea che, negli anni Cinquanta, mosse il grande Zanzotto nel concepire e realizzare il suo esordio Dietro il paesaggio e i suoi libri immediatamente successivi. Nessun altro, cioè, sa fondare con la natura, con gli elementi del paesaggio appunto, un rapporto altrettanto significativo, lontanissimo (pur nella grande abilità descrittiva) da ogni tentazione elegiaca o pittorica, densissimo invece di significato e valore filosofico ed esistenziale. La stessa bellezza, in questo contesto, è una componente benvenuta e amata, tuttavia non assolutizzata in sé: la pienezza del vero, infatti, non consiste nella contemplazione, bensì nel riflesso vitale che viene ad instaurarsi tra il respiro del poeta e quello dell’ambiente nel quale si trova immerso. Una prospettiva che si potenzia nell’idea espressa tramite la parola latina iter, evocativa di qualcosa di più d’un semplice viaggio o cammino e molto più, a ben guardare, di un puro attraversamento: potremmo dirlo un percorso di accrescimento, un mutuo scambio d’energia che conduce, più ancora che ad una trasfigurazione, ad una compenetrazione e immedesimazione superiori. È una sinfonia, dell’anima e dei sensi, in virtù della quale il dire s’intreccia al sentire e la natura s’unisce all’umano in una fusione panica, dominata dal sentimento del tempo visto come continuo passaggio e incessante rigenerazione. Né è certo casuale, come non lo fu nella silloge siciliana, la presenza del mare, da sempre espressione suprema della vita dal punto di vista biologico ma, anche, mitico e simbolico.

La poesia di Maria Luisa Daniele Toffanin, oltre che da una solida architettura di pensiero, è costantemente retta (teniamo a dirlo a costo di ripeterci) da una eccezionale perizia, inventività e coesione stilistica nell’utilizzo di vocaboli, immagini e figure: moderna, eppure al tempo stesso nitida come nella migliore tradizione classica, trova fondamento in una parola non solo evocatrice ma, a pieno titolo, autenticamente creatrice. Nazario Pardini, nell’ottima presentazione che apre il libro, parla di “odissaica ricerca di misteriosi echi che combacino coi battiti del cuore”, di un linguaggio che “non si limita mai alla semplice descrizione, ma è alla ricerca continua degli spigoli, delle asprezze, delle solarità, o degli ampi spazi che, tutti assieme, tanto rassomigliano al dipanarsi della vita”, di una natura “opulenta, totalizzante, cromaticamente divina”, infine di un’anima “che dalla superba bellezza del caduco azzarda voli verso alture di slarghi di cielo”. Sono notazioni delicate e acute per esprimere il miracolo di un’armonia che non si limita ad essere idillio o pace immota ma si fa, come detto, compenetrazione profondissima. Ragion per cui anche l’apparente mancanza di una presenza umana, in questo paesaggio, si capovolge e svela nel suo esatto contrario: la celebrazione, all’interno del disegno cosmico della creazione, del rapporto inscindibile e primigenio tra l’umanità e lo spazio a lei destinato.

Recensione
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