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Strana collocazione, quella scelta dall'Editrice Genesi per questo nuovo libro di Scarselli: la collana "Le scommesse". Strana perché l'autore fiorentino, da parecchi anni autoesiliatosi in un casolare nei boschi, è una delle sicure certezze della poesia italiana, un patrimonio indubitabile su cui nulla c'è da scommettere e molto da affidare. A meno che la scommessa non stia nel fatto che ogni libro di Scarselli lo è anche rispetto al suo autore, fedele alla sua poetica ultraventennale (il primo poema, perché tutti i capitoli della sua opera sono poemi, è del 1988) è al tempo stesso costantemente proteso al tentativo di spostare di continuo l'orizzonte della sua esplorazione. Epico e fantastico, sì, ma anche paradossale e antirazionalista, svincolato dai confini della logica, assurdo e inverosimile: non sono concetti nostri, ma quelli suggeriti da Sandro Gros-Pietro nella sua prefazione. Voi lo leggereste, un libro (un autore) introdotto da tali premesse? Forse no, ma fareste male. Perché tutti quei concetti si traducono sinteticamente in una parola: libertà. Di sguardo, di pensiero, di azione, di emozione e quindi di scrittura, di idee, di parola. Nessuno quanto Scarselli esprime oggi in Italia, con tutto il proprio essere poeta, il concetto di libertà senz'altri vincoli se non quelli suggeriti dall'etica.

Questo poema, non meno di altri suoi, è un viaggio allegorico alla ricerca della sapienza, fantascientifico e metafisico, una scalata alla Montagna Sacra (così inizia il libro) dove la guida è una figura femminile a metà tra Beatrice e Proserpina, tra la teologia-teosofia e il mito di chi custodisce, nell'Oltre, il mistero della generazione e della vita. C'è persino una trama, che conferma come Scarselli potrebbe – dai suoi poemi affabulanti – facilmente ricavare delle rappresentazioni teatrali. Che immaginiamo ambientate tra le quinte di certi film antichi, quando non esistevano gli effetti computerizzati di oggi, ma tutto si basava sull'opulenza delle scenografie. Cantore dell'Essere contro l'Avere, evocatore di scenari da Waste Land eliotiana tra foreste di ciminiere e fabbriche e folle "di larve subumane", veneratore della Natura contro la devastazione di Gomorra, Scarselli ci mostra (in lasse narrative di grande solidità ritmica) un mondo sull'orlo di un abisso che sono il nostro mondo e il nostro abisso: fustiga la cecità degli imbelli, ma subito prefigura la possibile salvezza. In fondo Scarselli le ama, queste anime che "un errore durante la Creazione" ha "incollate dentro un corpo / d'infima creta, diventato da allora / loro fragile casa e loro tomba", le ama e la salita del suo protagonista-alterego è dedicata alla loro, non alla sua personale salvezza. L'ascesa si compie tra meditazioni metafisiche, incontrando ripetutamente le ossa biancheggianti dei precedenti esploratori, in una sovrapposizione efficacissima di pensiero-conoscenza e sentimento-emozione: impossibile non stabilire paralleli, continuamente, con Dante e la sua Commedia.

La Macchina Elettrostatica, supremo artificio, è lo strumento salvifico al cui funzionamento il poeta è introdotto da Super-Gemma, la creatura angelica padrona della Conoscenza...  il resto è la sostanza del poema, dialogo tra l'uomo e l'ancella del Vero avente per oggetto, in bruta sintesi, l'essenza dell'anima e il suo rapporto con il corpo. Il tutto in un contesto (e lessico) ultratecnologico e robotico talmente strampalato da volgersi, di fatto, nel proprio opposto. "... trasformare ad esempio / in una stringa strepitosa di bip-bip / anche la buon'anima della nonna / / anche l'anima del nostro vecchio cane // potrebbe essere digitalizzata / e i suoi scodinzolanti bip-bip / essere fissati con amore / in un CD-ricordo, come al tempo / delle buone famiglie negli album / di ingiallite fotografie cartacee". Trasformare, per amore, tutte le anime in tracce digitali, in modo da ripulirle di quanto in loro c'è di errato e che amore non è: questo lo scopo della Macchina Elettrostatica. Ma ogni supporto digitale e corruttibile, quindi servirebbe trovarne uno "veramente incorporeo motto simile / a quello che nei tempi antichi / Il volgo credeva fosse Spirito". Ecco il punto d'arrivo della ricerca dell'immortalità: le anime tramutate in onde elettromagnetiche, capaci di valicare il cosmo e "vedere da vicino / il Creato, i soli, le galassie, / giungere ai confini dell'universo // forse possono fissare come aquile / la Luce abbagliante di Dio". Ora il poeta conosce la Verità, è diventato Uomo, ha attinto i segreti della vita e della morte. Potrà come tutti, liberato dal corpo, bucare "lo spessore dell'Eternità", unirsi ai "fratelli" che lo hanno preceduto, "seminando i geni dell'Amore / ben oltre la fine prevista / del cosmo attuale, ben oltre / gl'innumerevoli cicli a venire / delle nuove Creazioni". Vincendo in eterno la morte e la sua paura.

Recensione
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