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Ombelico di luna

Accostato da Giorgio Bárberi Squarotti a Guido Guinizzelli, ossia il poeta che nella sua epoca Dante considerava l'inventore della "nuova poesia", il torinese Nevio Nigro riprende in questa raccolta diverse liriche già apparse nel precedente Chiaroscuro segreto, apparso nel 2013 per Crocetti Editore. Si può ragionare, pertanto, indifferentemente di entrambi, anche perché in Nigro non ha grande importanza come i testi si mescolino, s'intreccino, si dispongano, né il momento esatto in cui vengono alla luce.

In loro, infatti, si verifica il miracolo dell'eternità senza tempo né luogo anche se tempi e luoghi, come contesto di molte composizioni, pure vi sono (compaiono persino alcuni nomi, ovviamente di donne): ma, come faville improvvise, da questi si staccano per librarsi nell'aria. A differenza delle faville, tuttavia, non si spengono né sono effimere, ma s'incastonano nella tela del cosmo, dove continuano a brillare. Fanno tesoro di molte esperienze e letture, le suggestioni provenienti da certa tradizione spagnola ed ermetica sono evidenti, ma rifluiscono comunque in un dettato personale, increspato e lieve come sotto l'effetto di una brezza marina. E di una brezza si tratta in effetti, ma brezza dell'anima, che sogna e innamora e fa innamorare e sognare.

Se ne ricava una suggestione ipnotica, come se il senso delle singole parole si stemperasse e dissolvesse nel tutto che le contiene e, da questo, tornasse a vibrare d'una singola nota, in una continua variazione sul tema amoroso. Non è così, del resto, l'amore? Non è una sospensione, un disancoramento, una felice e fertile deriva? Di questo ci parla Nevio Nigro con una sintassi sovente ellittica, elusiva, sfuggente, nella quale né il significato né il suono delle parole risultano davvero determinanti, ma dove gioca invece un ruolo preciso l'armonia-musica complessiva della disposizione e concatenazione dei vocaboli, accuratamente scelti e disposti l'uno accanto all'altro. Una sorta di permutazione ininterrotta, che è ciò che permette a Nigro di trasfondere le sue poesie da un libro all'altro: sono le stesse e però sono continuamente nuove e altre, in virtù di una suggestione che si rifrange, si replica e si riflette come in un gioco di specchi.

Tutto è concreto - profumi, suoni, forme - e tutto è parimenti trasfigurato, in una sinestesia dove ogni dimensione e ogni stimolo risultano interconnessi e amplificati: "Suono di luce / all'ora morta, / ombelico di luna, / cancella la scintilla / che ci unì / a questa vita breve. // Sete e silenzio / e paura d'amare, / desiderata sempre / all'ora morta / che più non sveli / il gemito nel buio". Sono poesie all'apparenza semplicissime, ma quasi impossibili da spiegare e parafrasare, perché in ogni loro anfratto si nascondono profondità e connessioni che ne costituiscono il vero nucleo: per questo, pur nell'evidente differenza di stile e concetto, c'è in Nigro qualcosa di Emily Dickinson, paradossalmente tradotta e commentata da molti proprio perché intraducibile e non commentabile. Fa eccezione, qui, per stile e anche per lunghezza (una settantina di versi, contro i dieci-quindici delle altre liriche) la bellissima lirica di chiusura "Ricordo del padre": ma ne abbiamo già detto in una precedente occasione, quindi non ci ripetiamo.

Totalmente mascherato dietro i propri versi, il poeta è altrettanto nudo, di quella nudità che non è personale ma rimanda all'essenza prima del discorso amoroso. Il quale poi, a ben guardare, è uno dei pochi discorsi che davvero conti, per come si rivela paradigma di qualunque altro argomento: togliete del tutto ad un uomo l'amore e non sarà capace di nulla, oppure solo delle azioni peggiori. Chiudiamo con "Sposalizio", una delle poesie di Nigro che più amiamo: "Ho atteso a lungo / una mattina chiara / sul mio silenzio. / Pioggia d'amore / ed emozioni mute. // Forse il tuo corpo / è il mondo come purezza, / è la mattina chiara / che aspettavo. // Bianca seta da sposa, / notte di aurora nascosta, / profondità di canto / che fiorisce".

Recensione
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