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Ombrìe

Libro affascinante, questa nuova raccolta poetica dell’autrice trentina, che rende omaggio alla propria terra non solo immergendosi letteralmente nella sua natura, ma anche utilizzandone la lingua con tutta la sua umile peculiarità (“Na sinfonia poréta sta parlada”). D’ombre vuole dunque parlarci, in questa sessantina di liriche, e si tratta indubbiamente d’ombre dal molteplice significato, come indagano anche le accurate, partecipi prefazione e postfazione redatte rispettivamente da Elio Fox e Paolo Ruffilli.

Quelle derivanti dalla “passeggiata nel bosco” (della mente), o quelle procurate dalla presenza tangibile dei corpi e delle cose; nonché, ovviamente, le ombre che albergano dentro l’animo, condizione umana che, chi più chi meno, tutti ci accomuna. Un intreccio e una sovrapposizione tutt’altro che agevoli a districarsi, laddove serva farlo, ma comunque fecondissimi per il discorso poetico. Che è suadente ma compatto, avvolgente, anche nel dettato, colloquiale e intimo eppure non privo di un incedere solenne, di quelle solennità non roboanti né ingessate, ma semplicemente aderenti alle cose. La memoria – dell’infanzia, della giovinezza, della maturità – si fa essa stessa paesaggio e scenario, non meno vivido di quello reale e presente, abbeverato di nostalgia e tuttavia capace di suscitare, nell’autrice, “l’encant de la parola sora el fòli”, l’incanto della parola sopra il foglio. La musicalità dei versi, quasi tutti endecasillabi, accresce la sensazione di eleganza, ma non lenisce la distanza da un mondo irrevocabile se non nello struggimento della nostalgia. “Sen tuti pelegrini di confin”, afferma l’autrice, e lo straniamento è tanto più forte quanto più ci si rende conto che la natura è quella di sempre: ad essere cambiati siamo noi, la nostra età, il tempo che ci residua nel gelo del tramonto.

Le voci arrivano “da un’oscurità che non si può dire”, né capire, “dal buio che più buio non si può”. La dimensione del sogno, più volte evocata e invocata, non può abbellire la fame, la guerra, la fatica, eppure “quella tua ombra che mi cammina accanto” è anch’essa una presenza. E le “ombrie”, allora, sono tutto quello che non è più, ma in realtà vive ancora in noi: luoghi, momenti, persone amate. Ombre siamo anche noi, lo saremo. Così Lilia Slomp Ferrari canta la caducità del tutto, la transitorietà, l’impermanenza, mentre “sono ancora io, betulla scarmigliata, | intreccio le fascine dei ricordi.| Brucio d’amore nell’ultima fiammata”. Ma le poesie sono, dice la chiusa del libro, ballate “scritte dal vènt de ancòi, dal vènt de algéri”, scritte dal vento di oggi, dal vento di ieri; folate che è possibile distinguere, ma non scindere o separare.

Recensione
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