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La poesia di Gianfranco Vinante possiede una densità espressiva che ha pochi uguali nel panorama odierno: questo recente volume contiene una quarantina di testi il cui ordito si configura, compiutamente, come un altissimo esempio di poesia teologica e cosmologica, in termini di pensiero e di orizzonte, non temendo di spingersi (senza cercare, ovviamente, alcun confronto) negli stessi territori esplorati da pochi e grandissimi.

La poesia, qui, è governata dalla ragione e predilige la lucidità all'indefinitezza, l'approccio alla realtà – visibile e invisibile – non è quello di Leopardi bensì, semmai, di un Lucrezio cristiano. Rodolfo Tommasi, nell'introduzione, imbastisce un parallelo con Ungaretti, trovandoci per molti aspetti d'accordo, ma non vogliamo dimenticare l'esempio di quel grande poeta, anche lui padovano, che fu Selìm Tietto, fin troppo prematuramente scomparso. Talora i concetti si presentano ardui ma, con un po' di attenzione, risultano sempre intelligibili, per l'evidente e incoercibile attitudine di Vinante alla notazione lirica, al coinvolgimento composto ma vivente, intrecciando così la caratura speculativa ad una umanità in lui sempre tangibile e compartecipe, personale ma mai solipsistica ("un intimo che slarga ad immenso"). Ne deriva un "flusso di mente e d'emozione", impasto di ammirevole misura tra sollecitazioni del pensiero, non di rado vertiginose, e abbandoni all'osservazione serena della realtà circostante, senza che l'una o l'altra dimensione debbano per forza prevalere, ostacolarsi o divergere, grazie ad un lessico particolarismo e assai curato.

Già il titolo del libro dice molto, del resto, nella sua dicotomia ricomposta (quasi un ossimoro) tra il pensare, atto di conoscenza, e la speranza, atto di pacificata fiducia nella vita. Ma proprio in quest'ottica tale fiducia può essere "pensata" senza con ciò snaturarla, può insomma essere inserita in un orizzonte di azione e proposta anziché di attesa passiva: la speranza, che "smuove pietre tombali", è dono ma anche conquista, acquisizione, confronto serrato con l'esistere. Altrettanto indicativo il frammento scelto dall'autore, o dall'editore, per la copertina: "fra la ragione e il nulla | scocca il mistero".

Vinante, poeta cristiano e cattolico, ci dice che non esiste alcuno scandalo nell'appetito alla conoscenza che anima tanto sia i teologi che i poeti, ciascuna categoria a modo proprio, ma in questo libro armonicamente fusi dal "memorare, cogitare, contemplare". Il suo linguaggio possiede le risorse di un lirico purissimo (si vedano al riguardo le marine, ma non soltanto, o la poesia "Ragazza", che inizia "Crocchia – coda allegra | che danza su quei passi | mi ninnola lo sguardo" e "pure andando a zig-zag | seconda l'orizzonte | che governa il procedere" per terminare "Lei sembra più chiara nella brezza | ma è l'aria che è bella di lei") che non s'appaga della propria sensibilità alla bellezza, proteso come a quel "sillabare di assoluti" che diventa "canto pieno". La sua voce sa farsi delicata preghiera, sentendo nei tocchi di Dio una "mano di madre" e le "primizie del Mistero", ma è soprattutto fitta di frequentissimi dualismi (brezza e uragano, magma e compattezza, ma gli esempi sono continui) che si ricompongono dialetticamente in "sintesi di opposti", grazie a un "perno d'equilibri e simmetrie". Un susseguirsi di "imminenze", "incandescenze", "oscillazioni" nel quale "balza l'indietro all'innanzi | e viceversa, ma sussulto di presente | tra inerzia ed impeto": la poesia stessa è "parola che definisce | o canto che infinisce", un "frastorno multivoco | per farsi potendo unica voce", uno "slancio mirato a sommità" e non è mai consolazione, poiché " è solo gran quiete, non pace | che fa sentire il mondo come culla".

Riflettere insomma va bene, pur consapevoli che "la mente più luminosa | di Quella [è] solo un'ombra", ma senza mai dimenticare come "anche il passo più in pace | può scartare a un fuori | impennarsi a un sopra". Siamo, ancora, alle dicotomie compresenti tra "impulsi del Prima e senno del Poi", tra "gravitazione all'immediato | e magnetismo d'avvenire" nel vortice del tempo che "slancia vertici | quanto affonda radici" e confonde passato e futuro, sicché "non c'è nulla | dietro i paesaggi semmai un innanzi".

Moltissimo ancora si potrebbe evidenziare ma crediamo di aver già dato un'idea su una poesia che molto ci convince. Non tutto del resto può essere detto, se lo stesso poeta s'interroga su "il perché del Silenzio che parla | della Parola che tace" ed è senz'altro vero – con lapidarietà quasi zen – che "ciò che pare vuoto, | meglio fa irrompere l'Altrove".

Recensione
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