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Florilegi femminili controvento

Libro solido quanto tutti i precedenti dell’autrice, strutturato e coerente nello sviluppo e nei contenuti, dei quali il titolo è un sunto perfetto: l’attributo “femminili” ci dice trattarsi d’una raccolta focalizzata sulle donne, mentre il “controvento” sottolinea il richiamo a valori oggi desueti, quando non osteggiati: sacrificio, rinuncia, pudore, vocazione, dignità. Valori, va detto, non certo alle donne riservati, né tantomeno obbligati o pretesi, ma che tramite loro possono rivitalizzarsi e proporsi anche alla “metà del mondo” maschile: in questo consistono il “femminile genio” in grado di trasformare la società e “l’interiore bellezza che è coscienza di sé” delle quali parlò San Giovanni Paolo II, citato dall’autrice in exergo.

Quanto al florilegio, non è soltanto un termine letterariamente raffinato per indicare un repertorio o un compendio: nell’ultima sezione, infatti, le donne sono avvicinate – per la loro eleganza e bellezza, innanzitutto interiore – a quei fiori, e quelle piante, così amate dall’autrice. Ma l’intero libro è colmo d’amore, di forza, di civiltà, di quell’“etica stella” che ne attraversa e sovraintende tutta l’opera della Toffanin, esprimendo un’attenzione al sociale che è meditazione sulla stessa natura umana, come osserva Giuseppe Manitta nella sua ottima prefazione. Sono moltissime le dediche a donne (anche celebri, come Santa Madre Teresa di Calcutta “gioia del vivere in offerta di sé” o Rita Levi-Montalcini) ammirate o conosciute o incontrate, ad amiche e parenti (“donne di casa mia”), ad anziane e giovanissime (“piccole donne”), tutte possibili incarnazioni di quella Penelope ritratta in una delle (numerose) poesie-cardine presenti nella raccolta: “esperta dei codici del tempo / ma limpida nel disegno del cuore”, perché “essere donna allora in Itaca, ed ora / è vocazione a interiore lettura / destino di verità ed armonia / è canto alla bellezza, ardore d’opzione / … / regina di sé, della propria dimora”, in un forte e assertivo richiamo al valore della famiglia. Donna come “interprete / dell’umana avventura” in questo “domestico cosmo”, espressione della “umana cifra di un vivere cortese / indice nostro d’appartenenza / all’eterna armonia del creato”, un “eterno femminino” che è stato di grazia, trasparenza, dimensione ultraumana, energia, “conoscenza di sé altra”.

Diverse liriche sono indirizzate alla memoria della madre Lia, “linfa” e “trama del nostro esistere”, anima guerriera e “presenza accanto” sempre “in colloquio infinito”, alla cui “sapienza del vivere sereno” è dedicata (tra le altre) una splendida poesia che l’accosta ai diversi fiori e termina: “ti sento più mia nella matta / sbrigliata fantasia a me donata / per trasformare il vivere in parola / tristezza conforto sorriso allegria”. Così come è capolavoro la lirica “Madre-coraggio-sacrificio”, che ne evoca la dura condizione di vita durante la guerra, con il marito internato militare, quel padre che in un sogno porta alla figlia “una bambola coperta di baci / per me piccina ancora”, quella “vita piccina” che manteneva salda l’unione tra i genitori lontani. Diverse liriche ci parlano di esistenze concluse o talora strappate anzitempo, la nonna, la zia, alcune carissime amiche, ma nella morte la vita non viene meno, “muta solo forma”, perché “il corpo è valigia di carne ingombrante / ma l’anima che migra leggera / è il viaggio infinito”; altre ancora invece di giovani spose, di maternità e di nascite, “primavera che ti cresce dentro”, “divenire sostanza-forma / in lievità di petali”, “stupore-innocenza-prodigio / che ci dilata e continua il cammino / oltre orizzonti dell’umano tempo / nel disegno infinito di Dio”.

Una “divina maternità / premura all’altro sempre”, “forza che regge l’armonia vitale / gli universi accordi”, perché la vita richiama altra vita, come nella bellissima poesia per un bimbo: “ritorno in te / a quota così elevata d’innocenza / da perdermi nel tempo”, riscoprendo l’infanzia propria e del mondo. Tra gemme e virgulti, tra continue variazioni e arricchimenti di senso, tutto appare viatico al divino e all’eterno, in un fiorire di gioia presente e presaga che si spinge “oltre l’umana misura”. Oltre all’arte, “arpa divina del creato”, un ruolo fondamentale riveste l’amicizia che è “infinita primavera” tra “paradigmi variegati d’umanità”, la “segreta calamita / che dentro si sprigiona / tra anime affini”; nell’incontro anche una sola ora può essere “un petalo d’Eterno”, uniti nella “sorte buona di coesistere” da quel fremito di vita “che tutti ci pervade e accomuna” e placa anche il dolore, “persone bulinate dall’aspro affanno / levigate dalla morbida gioia”. Infine, come accennato, il “floreale simbolo migrante / del Buono che perdura fra gli umani”: il libro culmina in una “delicata trama floreale” fatta di alchechengi, petunie, robinie, gelsomini, ciliegi, peonie (le “donne-fiori”), rose, ninfee, fiordalisi, albicocchi, papaveri, giacinti, primule... ciascuno con le proprie caratteristiche, “elementi del medesimo creato”. È l’affermarsi pieno della “gemma-vocazione alla bellezza” che trascende il tempo e grazie alla quale “l’attimo insieme che passa, ma sosta / in noi così si tinge d’eterno”.

Recensione
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