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Freinademetz, il santo delle Dolomiti

Antonio Chiades si dedica volentieri ad argomenti storici che vedano protagonisti ambienti e personaggi di fede: ricordiamo tra gli altri, nella sua ampia bibliografia (che comprende saggi, biografie, poesie, narrativa), i due libri da lui dedicati ai luoghi di spiritualità in Cadore e sulle Dolomiti.

In questo percorso, che definisce quasi un pellegrinaggio, si inserisce ora l'agile biografia Freinademetz, il Santo delle Dolomiti (Casa Editrice Weger, Bressanone), che ripercorre i passaggi fondamentali dell'esistenza e del cammino del religioso originario di Oies, nel comune bolzanino di Badia.

Il verbita Giuseppe Freinademetz (1852-1908) è stato proclamato santo, nel 2003, da papa Giovanni Paolo II la particolarità, nonostante il titolo del volume faccia pensare ad una vita spesa tra le nostre montagne, è che la sua missione si compì interamente in Cina. Giunto ad Honk Kong nel 1879, prende il nome di Fu Shenfu (letteralmente, "felicità" e "sacerdote") e per anni conduce un'esistenza itinerante nel territorio dello Shantung, dove si trova Ia tomba di Confucio. Uomo d'indole semplice e pratica, gira tra i villaggi e, dopo una iniziale diffidenza, arriva a comprendere e rispettare le peculiarità della cultura locale. Dirà negli ultimi anni, dopo che la sua Missione avrà battezzato oltre 40.000 abitanti, che "i Cinesi non sono nemici alla Religione" e, se restavano "pagani", era per il vento "freddo e cattivo" che spirava dall'Europa.

Nel 1886 riconosce la Cina come sua nuova patria ("lo amo la China e i Cinesi e vorrei morire mille volte per loro"), nonostante le persecuzioni e le aggressioni verso i missionari: vi rimane anche durante la violenta rivolta dei Boxer, a cavallo del 1900. Scriverà in seguito: "il maggior flagello per noi e pei poveri Cinesi cominciano ad essere tanti Europei senza fede e perfettamente corrotti, che adesso cominciano inondare tutta la China".

Muore nel 1908, venendo lì sepolto: la sua tomba verrà devastata negli anni della rivoluzione maoista, i suoi resti bruciati e dispersi. Le lettere del santo, principale fonte per quest'opera di Chiades, sono state pubblicate nel 2014 a cura del verbita padre Pietro Irsara: il personaggio non è quindi ignoto (esistono biografie, pubblicate dopo la canonizzazione, e hanno scritto di lui anche autori di primo rilievo come Barsotti, Citati, Introvigne) ma questo gradevole libro può contribuire a diffondere la conoscenza di una figura degna di memoria e, perche no, di devozione. (s.v.)

Recensione
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