Servizi
Contatti


Haiku

Di Lilia Slomp Ferrari abbiamo molto apprezzato, negli anni, sia la scrittura in versi che quella narrativa. In questa raccolta di duecento haiku si rileva, già prima d’affrontarne la lettura, la modalità per così dire “minimale”: un titolo puramente descrittivo, così come quelli – amore, natura, sensazioni – nei quali la silloge è suddivisa.

Sicché si ripresenta, per il recensore, il consueto dilemma di fronte a questo particolarissimo genere letterario, che è “dover” dire qualcosa relativamente a testi che, per loro essenza e sostanza, puntano all’assolutezza della sintesi. Commentare un haiku è un atto sempre forzato, perché la sua finalità è precisamente quella di spogliarsi d’ogni aggiunta rispetto alle pochissime sillabe (diciassette, nella forma canonica) di cui è composto, Analogamente, estrapolarne alcuni in una collana o sequenza con l’intento di dedurne o descriverne un clima, un percorso, un dato d’insieme, ma in direzione contraria rispetto all’idea di unicità che ogni singolo componimento rappresenta.

Un haiku non ha molto a che fare con ciò che mira a commentarlo, né con gli altri haiku che lo accompagnano, per quanto a lui circostanti o prossimi: al massimo si può parafrasarlo aggiungendovi qualcosa, quindi caricandolo con ciò di cui l’haiku stesso, nel momento della sua apparizione, intende liberarsi. Molti, qui, appaiono magnifici, alcuni addirittura memorabili (ad iniziare dal primo, “simile a un fiore / in veste stropicciata / il mio affanno”, o ancora: “dentro l’anima / s’accuccia il temporale / ride il perdono”), sia pure adattati ai nostri parametri.

Da notare, ad esempio, come non vi sia punteggiatura interna, né virgole né trattini sospensivi, ma nel contempo tutti gli haiku si chiudano con un punto fermo, trasformandosi in affermazioni talora aforistiche e, appunto, “chiudendo” le riflessioni anziché affacciarsi sul non detto: niente di male, beninteso, né limitativo, ma appunto sintomo di una contaminazione tra la purezza originaria dell’haiku e il raziocinio occidentale. La prima sezione, sviluppata in un discorso amoroso, è tutta protesa ed estroflessa verso un “tu” che è, peraltro, il compagno di cinquant’anni di vita, Paolo, cui l’intero libro è esplicitamente dedicato: momenti d’assoluto, quindi, che non risultano sporadiche accensioni, ma fili di una trama ben più vasta e durevole, come se i singoli haiku non mirassero a catturare schegge d’eterno ma a sostanziarlo e stabilirlo.

Questa prima sezione, così, diviene collante e contrafforte anche delle successive due, nelle quali il “tu” non appare esplicito, ma traspare implicito nella evocazione-assunzione della bellezza circostante e nel registro dei moti interiori. Ed è probabilmente la terza sezione, senza nulla voler togliere alle due antecedenti né a quanto già detto, la più inventiva e personale in termini di intuizioni, suggestioni, accostamenti (che, nell’haiku, sostituiscono metafore e allegorie): “Varco di cielo / battibecco di pioggia / sulla grondaia”, “A piedi nudi / allargo queste ali / ricamo il prato”, “Resina al ramo / s’incolla il pettirosso / nella sua piaga”, “Carezzo oggi / i tratti di mia madre / ride lo specchio”, “Avanza il sogno / testardo sopra i cocci / a piedi scalzi”, “Non sono io / il lamento del bosco / sotto la neve”, “Cade la pigna / sfracella l’orizzonte / del filo d’erba”.

Un insieme fedele a ciò che l’autrice stessa indica nella breve nota finale, parlando di questi haiku come delle sue “briciole che gli uccelli non hanno becchettato sul sentiero di Pollicino” o come gli “sguardi d’intesa con l’universo”, nella ricerca e stupore di una parola in abbraccio costante al mondo”.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza