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Prefazione a
La stanza alta dell'attesa
di Maria Luisa Daniele Toffanin

la Scheda del libro

Stefano Valentini

Questo nuovo libro di Maria Luisa Daniele Toffanin contiene più piani di lettura, analogamente a quanto accadeva nei numerosi suoi precedenti, sempre ricchissimi di sfumature e significati. è un omaggio alla propria città, certamente, e a tempi ed età che erano altri rispetto a quel che sono oggi: una consapevolezza, tale alterità, che costituisce uno degli elementi portanti di tutta la raccolta-poema. La quale è anche un viaggio a ritroso nell’infanzia, nella memoria, nelle intercapedini e nei fulgori di quello che è stato e merita e chiede di non essere dimenticato, perché ha illuminato tutto il cammino successivo e splende tuttora, nel ricordo e non solo. è un discorso, razionale ed emozionale, sul significato dell’attesa, che tanto incide nell’intera opera dell’autrice e che qui, sin dal titolo, trova il suo compendio e la sua esplicazione. è un’esplorazione, addentrandosi nelle radici stesse della sua formazione umana, delle origini e motivazioni che si trovano alla base della sensibilità poetica e creativa che la contraddistingue sin dalla gioventù.

Ed è, soprattutto, una riaffermazione di quei valori familiari, d’amicizia, di condivisione, di comunità da lei sempre vissuti e sostenuti: non a caso “insieme” è una parola-cardine che ripetutamente si presenta nel testo, quasi a voler essere sostegno visibile e tangibile di tutto il discorso.

Il ritrovamento del fitto carteggio tra il padre e la madre, già elaborato nel saggio La grande storia in minute lettere scritto con il marito Massimo, è lo spunto da cui prende abbrivo la memoria, muovendo dal “tempo mitico dell’infanzia” in cui l’autrice diviene consapevole di “appartenere all’universa famiglia”. Rammenta il “sentire sincero umile” di un “mondo limpido di gente fida”, sicché proprio limpidezza e fiducia sono tra le caratteristiche principali di quei tempi irripetibili. Nel racconto, perché di questo si tratta (pur in versi che compongono poesie memorabili, molte di bellezza assoluta anche prese a sé, ma tutte tra loro connesse) si mescolano nomi celebri, di quell’epoca o tuttora tali, e altri di moltissimi che fanno parte della cerchia parentale o personale. Sono anni di sofferta speranza, le stagioni dell’immediato dopoguerra, che nel nome dell’amicizia e della reciproca premura, del mutuo conforto e dell’aiuto, trovano il proprio filo conduttore precisamente nel senso dell’attesa, la quale tutto compendia: dall’attesa del ritorno del padre, internato militare prigioniero in terre lontane, a tutte le molteplici forme di attesa (consapevole o meno) di quanto la vita si appresta a portare e rivelare.

Marisa, dai genitori, ha appreso moltissimo, come ricorda con infinita gratitudine e tenerezza: il suo è stato “un concerto famigliare modulato con energia e armonia” dal quale ha ricavato “l’umile splendore / delle note pure / su cui modulare / il canto maturo”, grazie ad una “interiore trasparenza” che le permette di ritrovare in quelle radici “tutto il senso del mio dopo”. La casa era un “gomitolo” di speranza nel quale il pane, come nutrimento materiale ma non solo, veniva “condiviso come una comunione”. Lì hanno origine gli archetipi di una comune appartenenza all’umano, anzi “all’umano procedere”, nel nome-valore di un’amicizia che è “respiro e sollievo”, “nuova terra d’approdo” in grado d’indurre e sostenere la “minuta risurrezione” che segue ad ogni croce incontrata durante il cammino. così i giorni d’infanzia, con la loro innocenza, maturano nei luoghi della città, giardini e portici, piazze e negozi e dimore, sotto l’ala protettrice di presenze parentali e amicali, in momenti scanditi da dettagli anche minimi ma tuttora vividi nella memoria. “in via Gabelli brillava la vita intera / nella sua poliedrica geometria / nella sua variegata bellezza”, una lezione che non sarà dimenticata in virtù di una grazia “che lenta si imprimeva dentro / per svelarsi nel tempo” e rimanere indelebile.

Era uno “star bene insieme” tra piccoli e Grandi, intesi questi non solo come adulti, ma spesso come maestri di vita e di esperienze, tra “interiori intese” e la luce di quell’etica stella che riappare in tutti i libri di Marisa e della quale qui sono spiegate benissimo le origini. La stanza alta diviene trasfigurazione di un intero microcosmo, di un’epoca trascorsa in “luoghi magici, ricordo di un’oasi raggiunta di felicità” in grado di suscitare “mille incanti e, insieme, il senso del sacro”, ascoltando voci “levigate dal tempo” ma custodi di “una stagione / in cui si formò un’anima”. Le presenze sono spesso descritte con peculiare vivezza, grazie ai dettagli con cui l’autrice le ritrae, dal padre alla madre al nonno Sebastiano “rinato alla Storia” dopo decenni d’oblio, fino a tutti gli altri parenti e i numerosi amici. Anche per questo il libro è, come detto, un canto corale all’amicizia (valore carissimo all’autrice, minuziosamente delineato già in una precedente opera, My red hair del 2004) che “scorreva come luce” in un “desiderio così vivo dell’insieme”, un “andare insieme uniti” che è di per sé festa, un progressivo allargarsi e diramarsi “in trame inaspettate” (inclusa quella che farà entrare l’autrice nel “mondo dei poeti”) e un “ardore riacceso dal ritrovarsi vivi / nella vita rinata a un’aria frizzante di attese” che non è affatto nostalgia del passato, bensì “ricupero di calchi da calcare / cifra di un vivere altro / … / per una nuova umana dimensione” proiettata sempre al futuro.

Le attese, abbiamo detto: “La mia, le nostre infanzie sono state tempo di infinite attese che ci saziavano con il loro stesso succo. Tempo trapunto di stelle e di sogni per un cielo d’accensione immediata sempre aperto ai miracoli”. Miracoli, ecco un’altra parola fondativa, che suggella peraltro l’intero libro. E se poi, come inevitabilmente accadeva, le attese infantili erano talora o spesso deluse, ecco “una scala di nuovi sogni”, senza recriminazioni, in un ininterrotto protendersi a “visioni di felicità nutrita da piccole cose”, nell’umiltà del poco che si possedeva materialmente: “un vivere altro di sacrifici, rinunce, ma sereno e fiducioso nella provvidenza e nel conforto reciproco”, essendo “l’infanzia-stupore” una sorta di “infinita unica attesa” che “si allarga in radure di germogli / si restringe in strettoie di rinunce / inconscio esercizio di accettazione / poi cifra del proprio vivere”.

Tra le attese, la più grande era quella del Natale, “mitica leggenda / che ogni volta si incarna nella storia”, con i suoi oggetti che – come il pastore di gesso – migrano di mano in mano tra le generazioni, rievocando “un suono intimo di famiglia / che si faceva universo”. La casa, sempre aperta (“mio padre mia madre insieme / come sorgente del fiume di tante vite”), manifestava questo atteggiamento di accoglienza non solo nel periodo di festa, ma in ogni circostanza: riuniva queste “presenze / mature acerbe amicali parentali / tutte accolte come antichi eroi”, rendendo vivo il senso di una “appartenenza / ad una famiglia grande”.

Ne deriverà, con una iterazione verbale che è intenzionale e continua ricucitura, quel “senso intimo d’universo” tutt’oggi vivo nell’autrice, quella “cifra del proprio vivere nel dopo”, crescendo e “maturando dentro la misura dell’armonia / nello stare insieme” in questo percorso memoriale entrano anche fatti minimi e personali, esplicitati o lievemente allusi, tutti però presentati in un modo che li rende accessibili e comprensibili al lettore. ci sono poi le presenze della città, luoghi e persone “riproposti dall’impensabile vita in altre trame infinite”, e i ricordi della campagna con i nonni: luoghi molto amati e “di ognuno la dolcezza di un ricordo, di un volto, di un’amica fidata nel ripetersi di esperienze amicali sullo stile genitoriale”, sullo sfondo di un ambiente immerso in una natura che si ripresenterà (allora la giovanissima Marisa non poteva saperlo) nel destino futuro. Soltanto in età più adulta, la protagonista diventerà consapevole quanto i luoghi dei giochi infantili siano anche patrimoni di arte, storia e bellezza, “spazi della vita come luoghi dell’anima” che le riveleranno la città quale “un unico mosaico / formato da tante tessere diverse”. Ogni cosa concorre a definire una “sorgiva bellezza” che ancora si mescola all’“intima voce bambina”, imprimendosi “come interiore vocazione” all’armonia e manifestazione tangibile dell’eterno: “tutto scorre ma incide un segno dentro” tra stupore, incanto, apprendimento.

Il libro contiene poesie di assoluta bellezza sia singolarmente prese, sia inserite nel contesto di un discorso-poema dove tutto richiama e si collega a qualcos’altro (e altro), in modo diretto o per analogia, secondo un “percorso-accumulo” che procede lungo “un corridoio / infinito di rimandi emozionali / sgorgati emersi dalle stanze dell’anima”. Un andirivieni della memoria tra accensioni e riflessioni, tra età e ambienti diversi, che sa “rispondere alla vita con dignità e bellezza”, “con senso di misura e rispetto per ogni persona” e con “quel senso del dovere” governato dall’etica stella di cui già si è detto: sempre, com’è giusto ribadire ancora una volta, in un orizzonte di comunità fondato sulla comune appartenenza e senza differenze tra poveri e abbienti, alla luce di un’amicizia che è “ricordo consolante d’un tempo felice / donato diramato nell’età matura / conforto nell’andare insieme in trame / dei giorni-intarsi minuti sublimi”.

Nella memoria vive ancora una Padova altra di botteghe e angoli “tutti cari, intimi, operosi, di fratellanza, solidarietà per risollevarsi insieme dall’inerzia del diluvio bellico”: una città nella quale lo spirito, guidato dai tanti che ci hanno preceduto e accompagnato, può ancora muoversi “per sentieri di mito e verità”, ma sull’onda del ricordo più che del vivere concreto.

Si giunge così ad un presente, nei luoghi e nell’anima, che offre ancora attese, magie cui confrontare quelle d’allora, miracoli e “germogli” e ulteriore “lievito”, ma inevitabilmente diversi: l’arcano di quel tempo magico non può ripetersi, ma solo conservare come una reliquia pulsante la “luce prima che rischiara il vero delle cose”. “Beati tempi di difficoltà e fatica ove apprendemmo il segreto felice delle piccole cose”, ribadisce l’autrice: “cerco di salvarlo, questo micromacrocosmo dell’infanzia, e lo ricupero per mio figlio, i nipoti per farne linfa per il futuro o semplicemente per ritrovare una misura più umana della vita”.

Quella vita, con le sue vicende e le scelte “nel moto degli eventi”, che condurrà alla “migrazione” sulla quale il libro si chiude: un libro che è prodigiosa meditazione sul tempo che scorre e su quanto di esso (e di tutto) permane, su “ciò che si ama d’istinto / senza reale coscienza” e ci abita per sempre “quale intimo segreto”: un segreto di cui Maria Luisa Daniele Toffanin ha voluto rendere partecipi tutti i lettori, in una riscoperta di sé che offre una ulteriore luce, letteraria e valoriale, all’intera sua opera. Nel finale il nuovo orizzonte, dello sguardo e dello spirito, diventa così la terra euganea che rappresenterà uno dei tessuti connettivi più forti del suo cammino poetico, lasciando fisicamente i luoghi della città amata ma non la loro anima grazie al “patrimonio di amicizia, cultura, bellezza” accumulato.

“Facevano bene loro, i Grandi, a credere nei miracoli!” chiosa l’autrice: quei miracoli che, nella loro essenza, sono la faccia altra dell’attesa, considerata come fiducia nel bene e nel bello che la vita, nelle sue mille forme e sfumature, non smette di offrire.

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