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La stanza alta dell'attesa tra mito e poesia

Un poema in versi e prose liriche nel quale l’autrice, rievocando gli anni della propria infanzia padovana, intesse un discorso dedicato ad una città “altra”, densa di attese e stupori, di bellezza e umanità: un modo per riscoprire e tramandare, nonostante il trascorrere del tempo, valori etici e presenze che appartengono alla sua memoria personale ma anche a quella collettiva, esempio d’un vivere condiviso in forme e armonie oggigiorno irripetibili e su quanto di esso permane, su “ciò che si ama d’istinto / senza reale coscienza” e ci abita per sempre “quale intimo segreto”: una riscoperta di sé che offre una ulteriore luce, letteraria e valoriale, all’intera sua opera, segnata dalla fiducia nel bene e nel bello che la vita, nelle sue mille forme e sfumature, non smette di offrire» (dalla prefazione di Stefano Valentini).

«Il libro è un prosimetro, equilibrato connubio di prosa e poesia, misurato e compatto, proporzionato e lirico di un’autrice che ha fatto della vita un serbatoio da donare alle richieste del canto. Una poesia fresca e cristallina, maturata su abbrivi di intima valenza e su valori che sempre l’hanno distinta, tormentata dal pensiero che avvenimenti così importanti possano essere ingoiati dall’insaziabilità dell’oblio. Un’anima tutta volta a ritrovare se stessa e il mondo primigenio di antiche figure familiari, una realtà vissuta che, col tempo, ha assunto lo stato di grazia per fioriture liriche, “cifra di un vivere altro” che sia viatico ad “una nuova umana dimensione”. Un nostos di empito umano che attraverso un mare non sempre liscio riesce ad approdare ad un porto di luce e di speranza: “raccontarci ancora la vita in un cratere indicibile di attese, con un patrimonio già consolidato di amicizia, cultura, bellezza, accumulato in tempi non facili. Inevitabili le nuove difficoltà, superate poi nel tempo che sempre tutto leviga e risana. Però è vero, facevano bene loro, i Grandi, a credere nei miracoli!”. Quei miracoli che fanno della vita un patrimonio unico e prezioso di cui l’autrice è cosciente e di cui si convince sempre più. Tanta poesia, tanta storia e tanta confessione emotiva rendono quest’opera un approdo di forte connotazione umana e artistica, a cui Maria Luisa Daniele Toffanin è pervenuta dopo anni di lavoro e di creatività: pagine di vera intuizione dove la memoria si fa protagonista sfornando episodi da conservare, ma anche da tramandare per la loro epicità» (dal contributo critico di Nazario Pardini).

«In questa organica raccolta dal carattere rimemorativo e dall’impegno poeticamente autobiografico, Maria Luisa Daniele Toffanin ci consegna tutto un mondo legato ai tempi incantati dell’infanzia. Si tratta di una realtà ricca di suggestioni, illuminata – tramite un’ alternanza di prosa e versi – da ampi slarghi elegiaci, da visioni e meraviglie. Ogni cosa vi trae vita e vigore da un irrinunciabile onnipresente sentimento, quello dell’attesa, sempre alimentato da una costante e vigile speranza. Avvalendosi del prezioso commovente carteggio che in anni difficili ha mantenuto costante il rapporto fra i suoi genitori divisi dalla guerra, la poetessa padovana ha ritrovato commosse movenze di forza lirica. Maria Luisa Daniele Toffanin ci fa ora dono, con nuovi e già noti accenti, della sua coinvolgente impresa di poesia, il cui interesse, grazie a molte situazioni “universali” e intimamente umane, può raggiungere con efficacia anche un pubblico non strettamente padovano» (dalla nota di copertina di Mario Richter).

«Via Gabelli, via Agnusdei, via Santa Sofia, via San Biagio: il piccolo, grande mondo dell’autrice, fermo nella mente dei ricordi, vivo nel sentimento del cuore. Il padre Gino, internato militare italiano nei lager nazisti, la mamma Lia, un contorno di figure e di ambienti, e di cose, fra memoria, presente e immagini del domani, vengono resi sulla pagina, tra prosa e poesia, in maniera originale: con intrecci, “confluenze”, osservazioni e riflessioni, che si tengono in un unicum armonioso. Una autobiografia personalissima, certo, ma nella quale (o in qualche parte della quale) ciascuno si può ritrovare. Legami, affetti familiari e amicali, uniti in un più ampio disegno sentimentale di una vecchia Padova, per molti perduta, toccano profondamente il lettore sensibile» (Giovanni Lugaresi, dalla recensione su “Il Gazzettino” del 18 gennaio 2020).

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