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Reale apparente

La prima impressione che ho avuto leggendo questa raccolta di Emilio Diedo è stata quella di trovarmi di fronte ad un poeta che sperimenta con esiti assai pregevoli nuove formule poetiche e nuove strategie operative, ben consapevole che la poesia, per essere efficace e rispondere al sentimento del tempo, deve suggerire un’idea e farsi struttura compositiva capace di metterci a portata di mano un inedito accadere, nuove ipotesi di vita e di stile in cui possiamo ritrovarci.

Il problema di fondo, chiaramente avvertito da Diedo, è quello di un “accrescimento” della nostra umanità, che significa restituire alla poesia il suo compito di farsi farina della vita, obbediente solo alla potenza tensiva e desiderante del pensiero e dell’immaginazione. L’originalità di Diedo sta allora nello sforzo continuo – etico ed estetico – di favorire un vero e proprio “accrescimento” dell’io, attraverso l’ideazione di nuove proposte e di stimolanti suggerimenti sulle sorgenti e sul destino dell’esistere.

L’ideale progetto qui elaborato punta a cogliere l’essenza dell’io, restituendola alla sua misteriosa origine soprannaturale – un’asettica primigenia essenza – che poi si apre, fluttua, nuota, si alza e si dissolve nell’infinita spazialità del cosmo, inserendosi nel dinamismo di forze che sostanziano il divenire dell’umanità.

Ecco allora l’Embrione trasformato in un immaginario io poetante, che afferma: nuoto nell’amnio / appena oltre l’impronta divina / che mi fece scintilla di luce. Sono alcuni dei versi bellissimi dove si scopre la purezza della condizione aurorale dell’io, totalmente priva di contaminazioni, nella quale si rintracciano epifaniche sorgenti di luce, scintille di divino, stille di rugiada seminale.

L’embrione poi è immerso nel tempo esistenziale, avvertito come opera produttiva di una dinamica e di un movimento perenni, e rappresentato come uno spazio-tempo (riedizione moderna della cartesiana “res extensa”), luogo del continuo fluttuare nella tumultuosa marea del cosmo. E in questo spazio-tempo è tutto un intrecciarsi di orbite, di mondi, di esseri fluttuanti, di scintille d’eterno fuoco: si tratta di tensioni spasmodiche, che tendono a ricomporre il punto estremo dell’unità.

La tesi suggerita dalla poesia di Diedo mi ricorda da vicino la pittura di Kandinsky, dove le macchie di colore e le geometrie che occupano lo spazio si accompagnano a segni lineari, filiformi, che sono indicazioni di possibili moti e di dinamismi spaziali. Tutto il disegno cioè allude a un movimento dello spazio, che, come disse il pittore, si trasforma in un “campo di forze”: sostituendo la nozione di “campo di forze” a quella di spazio, egli intende appunto un’estensione spaziale determinata dall’interazione di forze agenti il cui insieme forma un “sistema dinamico”. In questa idea si riflette perfettamente la suggestiva ipotesi teosofica della poesia di Diedo: lo spazio-tempo del cosmo non è altro che un “campo di forze”, un vero “sistema dinamico”, in cui le scintille di luce – in altri termini, le anime –, scaturite da un punto aurorale e segnate da un’impronta divina, si cimentano in un agone durissimo con la materia, in un complesso sistema di ritmi motori, per mantenere integra la loro natura dinamica – che è fatta di leggerezza, fuoco e tensione all’alto –, la quale alla fine permetterà loro di placarsi nell’eterea neve siderale, ricostituendo una osmosi cosmica amica.

In tutto questo discorso c’è una parola, che è un po’ la cifra semantica del pensiero di Diedo: volo (sostantivo e verbo), parola chiave, nella quale si condensa, come in Chagall (altro importante referente di questa poesia, che, come si può notare, ha una forte valenza visiva), la visione di una spazialità favolosa, onirica, nella quale le tensioni dinamiche degli esseri sono poeticamente immaginate come raggi danzanti che aspirano ad un orizzonte di luce.

Da tale ideale progetto creativo deriva il tema dominante, elaborato e sofferto da Diedo, e cioè la salvaguardia, nel cosiddetto reale, della purezza della condizione aurorale, e quindi della capacità del volo. Egli sembra chiedersi: è possibile all’uomo preservare incontaminata l’essenza primigenia, il fiato alitato nell’incubatrice di un grembo?

La purezza dell’anima purtroppo deve fare i conti con le necessità dolorose del tempo reale, con la dinamica del caos e del caso, a cui l’anima è naturalmente soggetta. Così si aprono interessanti squarci poetici sulla condizione umana alienata, sulla deriva dei sentimenti e dei desideri, sulla poltiglia delle cose che tarpano il volo dell’anima. La poesia di Diedo, pur così proiettata verso gli spazi siderei, affronta con altrettanto impegno e con la stessa forza visiva e rappresentativa il pessimismo congenito all’esistere. Tante poesie dipingono con toni tristi, e talvolta aspri, il dolore, la fatica, la noia, i fallimenti, l’ipocrisia, la menzogna, la violenza, ossia i mali che gravano l’anima, premendola verso il basso, quasi a impedirle il volo. Proprio attorno a questo tema dominante si agglutina il senso dell’opera di Diedo, che rivela quindi una solida organicità compositiva: essa si struttura infatti su un modulo dicotomico, poeticamente risolto come un agone poetico tra due opposte tensioni, cioè tra alto e basso, tra pesantezza della materia e leggerezza del volo (che genera a sua volta una linea isotopica con l’aria e il fuoco) – in una parola, tra l’ideale progetto cosmico e il limite della realtà apparente.

Il poeta sa comunque che ci sono delle forze che possono reagire al male e aiutare l’anima nel suo volo: esse si possono condensare nell’idea appunto del “dinamismo”, un dinamismo interiore, ovviamente, che è come una tensione di fuoco, con la quale si possono contrastare il sonno della coscienza, l’intorpidimento del sentimento e la cecità dell’ignoranza. Questo dinamismo interiore è la forza che spinge a inseguire i colori più belli della vita, a dare, a donarsi, a ripulirsi delle scorie materiali, a credere nel sogno, a slanciarsi verso l’alto, a cercare Dio, a sfidarsi col caso.

La poesia di Diedo dunque è percorsa da un sotterraneo sentimento di speranza, dalla certezza che la negatività del mondo, soprattutto la sua inerzia e la lenta sonnolenza dei suoi compromessi, non impediranno agli esseri umani di abbandonarsi agli aleggi delle menti o di accordarsi ai solfeggi del divino, per mantenere attivo quel “sistema dinamico” che è il germe stesso della vita.

Di qui l’altro grande tema di questa poesia, il tema della “rinascita”, che trova la sua espressione lirica, bellissima, soprattutto attraverso l’uso figurale delle immagini naturalistiche. Così, tante poesie si rivestono di stupende gemme paesaggistiche: i primi voli degli uccelli, gli aquiloni sballottati dal vento, gli animali che escono dalle tane, il cielo azzurro che si trasforma in un arioso tappeto celeste, la stagione che ritorna amica, gli olivi e i covili che partoriranno, oltre la morte, un’altra vita, dispensando nuove epifanie del vitalismo cosmico. È tutto un rinascere della e alla vita, un leggero fluttuare di gesti, di colori e di suoni, che si riappropriano degli spazi, attraverso il dinamismo delle forme non più contratte e assopite nella geometria della materia, ma come slanciate nella loro ansia perenne di volo verso un cielo in salute. È una felice e poetica allegoria della vita, che si risveglia, un dono annuale offerto dalla grazia divina, che fa del mese di marzo il momento germinale, ed emblematico, di questa rinascita.

In ultima istanza, questa raccolta ci pare scaturisca da un’esperienza estetica intrinsecamente operativa, ossia da una volontà di “accrescimento”, come si diceva all’inizio, nel senso che la realtà umana, rattrappita dall’egoismo e integrata in un sistema razionale (produttivo, funzionale, sociale ed economico), viene come riscattata dal limite della sua strumentalità e sublimata nell’ipotesi di un’esperienza di tipo globale (cosmica e divina), nella quale le varietà e le contraddizioni finiscono per risolversi in una onnicomprensiva unità. Tutto è un perpetuo divenire, lo spazio stesso è dinamico e definibile come divenire; l’esistenza è proiettata verso confini che sfondano i limiti stessi dell’immaginazione. E, in un tale contesto, la poesia non può porsi che come scienza creativa, la quale non descrive dei fenomeni dati, ma fenomenizza i concetti, individuandosi veramente come il volto estetico del pensiero.

Recensione
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