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Fuggitivo per scelta

Lontano dalla retorica

Non nascondo la mia delusione se, quando ho finito di leggere un libro, non mi resta che archiviare quelle pagine. Non hanno suscitato nulla in me. Le pongo a sciogliersi nell’acido dell’oblio che, di lì a poco, inclemente, le divorerà.

Mi sento invece soddisfatta se, stringendo al petto il libro ormai chiuso, quasi realisticamente il richiamo istintivo è quello di farlo entrare fisicamente in me e… ruminarlo. Sì, non è una novità per chi ha imparato a conoscermi, che io legga e commenti “a modo mio” attraverso lo strumento che difficilmente falla - sempre per quanto mi riguarda - perché autentico mai preconfezionato, dei sensi e con essi, prima di tutto, quello della pelle e dei suoi brividi.

Mi piace cercare nell’autore non le assonanze con altri - seppur essi possano essere nomi importanti della storia culturale - ma, di più la sua originalità, la sua specificità e personalità, il suo essere unico come apporto del nuovo.

E’ quanto è successo con Fuggitivo per scelta di Francesco Dell’Apa di recente pubblicazione. Perché sono veramente tante le riflessioni che nascono dal trattare con la cura e la perizia di un letterato, che non resta però distante, un argomento che ci tocca direttamente nella vita quotidiana: il mondo dei barboni in una grande città come Roma.

Quando avevo letto altri testi che descrivevano la complessa realtà dei clochard della nostra capitale mi ero resa conto, con disappunto, che erano rimasti alla superficialità e alla banalità della facile retorica. Sentire avanzare nello scritto e nelle sue pause l’ombra grande grigia pericolosa dell’assioma, o meglio del postulato ("teoria ad hoc", accettata grazie alla sua utilità) indimostrabile e falso: i poveri sono i buoni, i ricchi sono i cattivi.

Si insinua fra le righe l’odio sociale che distrugge senza l’opportunità di costruire.

Un po’ il cuore, fra quelle parole, fa male.

La storia ci ha insegnato che la lotta di classe ha dato la morte e non la vita.

Ecco perché, prima di tutto, sono grata a Fuggitivo per scelta mai in alto a dare giudizi morali o a esternare quella retorica che ci insegna che, se vogliamo appartenere alla categoria de i giusti, dobbiamo dichiarare a chiare lettere la rivalsa. Per dimostrare al mondo di amare gli ultimi, i diseredati, e che quindi noi siamo tanto buoni, dobbiamo necessariamente condannare senza appello chi ultimo e diseredato non è? Una bella semplificazione che ci libera dalle responsabilità individuali dell’impegno e dell’attenzione scaricati sulle spalle della generica e unica colpevole, che si ha difficoltà a cercare e trovare: La Società! Trappola dalla quale con grande classe e capacità di discernimento Francesco Dell’Apa si tiene a debita distanza. Egli, invece, pratica il sentimento più vero e sincero, senza colori né opportunismi, quello che esprime il massimo dell’umanità: La Compassione.

E’ per questo che sono riuscita a volare libera e emozionata nelle pagine delle storie dei suoi barboni, mai da lui fatta prigioniera in quella obbligata “condanna” dalla quale, alcuni dicono, non si possa prescindere per asserire di avere cura del prossimo che soffre.

Ci si sente uniti nella lettura, non allontanati dall’amore perché sospinti dall’odio.

Ci si affeziona senza fatica a Michele, il protagonista, e non per il fatto che sia povero e quindi necessariamente buono. Tutto ciò esula da lui. Professore universitario di filosofia estetica, uomo colto dal linguaggio forbito, sognatore e che, come lui stesso ci dice, ha abbandonato il cosiddetto mondo civile, stanco di obblighi e di doveri.

- Ora sono libero, “invisibile” contento della mia scelta - ci tiene a sottolineare. Oppure afferma – Il bisogno di sottrarmi all’esistenza noiosa del mio mondo di conoscenze, opprimente e ipocrita… Avevo perso il piacere di vivere e di muovermi senza curarmi di obblighi che mi rendevano schiavo e incapace di volare con la fantasia… -.

Nelle situazioni-immagini, vere e proprie tele dipinte con le parole, fra spazi suggestivi della città antica e quelli miserevoli del decadimento e dell’incuria, Michele fa parte di quel piccolo esercito di derelitti che vagano il loro cammino, pur provenendo ciascuno da itinerari di vita e strati sociali differenti. Un unico istinto li accomuna, quello della sopravvivenza. Il professore e tutti coloro che incontriamo perché si imbattono sulla sua strada, vivono solo ed esclusivamente il presente, preoccupati di non morire di fame, di sete, di sonno. Fra elemosine e piccoli furti avere qualcosa da mandar giù, un giaciglio su cui dormire al sicuro, questa la ricerca giornaliera. Anime, insomma, calate indissolubilmente nei loro corpi e che, non prefigurandosi un futuro che ineludibilmente li fa soffrire, seppelliscono l’oltre nell’attimo.

E la novità di fronte alla quale ci pone l’autore è quella che per molti di loro, magari non proprio tutti, nel privilegiare come dimora la strada e il cielo come tetto, vi sia una diretta responsabilità individuale del tutto consapevole. La casa, il luogo del sé esteriore è il tutto fuori che esiste per ognuno di essi. Libero gli appartiene e non si ha l’onere di difenderlo ma solo di usarlo.

Michele è persona raziocinante e cosciente, che la fuga per scelta la pratica e la porta all’estrema conseguenza, fino all’autodistruzione.

Considera per sé limitativo e costrittivo anche il contatto, il rapporto con gli altri: una giovane donna con la quale ha un fugace incontro sessuale anche se partecipato da ambedue; un giovane francese, Daniel, che in seguito a delusioni e depressione decide di girovagare per l’Europa; il poeta Felice che lo invita nella sua casa….

Ma da tutti scappa, anche dai tanto amati libri della biblioteca di un monastero benedettino dove, nella povertà francescana, nell’armonia dei canti gregoriani, aveva pensato di poter trovare pace. Una pace però che dura solo pochi giorni.

Interrogando l’autore e le sue pagine, ci si chiede: - Questa ostinazione, in realtà, non è, al contrario, per il protagonista Michele, la sua vera prigione? Una prigione che lo porta alla morte? -

Non potrebbe essere vero che l’ossessiva ricerca di uno spazio infinito fuori non esprima l’incapacità di crearsi uno spazio infinito dentro?

Non è forse credibile che chi abbia imparato ad amare se stesso, solo allora, abbia l’opportunità di non essere indifferente agli altri?

Solo chi ama è libero.

Recensione
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