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Nota critica a
La Sirena
di Antonietta Benagiano

la Scheda del libro

Motto:
La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

La guerra che verrà, Bertold Brecht

Geo Vasile

Siamo in Puglia, nella città di Taranto, durante la seconda conflagrazione mondiale nonché del duce al timone d’Italia. Nel bel mezzo della notte i cannoni antiaerei della Regia Marina mussoliniana riecheggiano dal Mar Grande. Il malaugurio, i lampi che hanno sostituito i lampioni, la pioggia, i tuoni raccapriccianti, l’orrore e la morte vengono suggeriti ripetutamente, come un leit-motiv, dall’autrice per un’onomatopea della sirena che fa pensare all’omonimo thriller Kabooooom Kabooooom Kabooooom... Eeeee... Eeeee... Eeeee... Eeeee ... L’allarme cessato si vede ciò che la poetessa scandisce nei suoi versi cupi, epico-drammatici. Il tempo sembra fermarsi. Le bombe cadono a caterve sopra il Mar Piccolo di Taranto e il Mar Grande. La difesa di Taranto abbatte aerei nemici:

“Allarme cessato
volti sbucano stravolti
fiacche membra dall’antro
il cielo guardano
ancor si cela l’alba
il Mar Piccolo nell’ombra
impietosamente
il Mar Grande
squarci lascia intravedere
l’incrociatore Trento
le corazzate Littorio Cavour Duilio...”

Agli abitanti, a tutte le tipologie di una città come la mitologica Taras, famiglie intere, nonni, bambini, uomini, donne, genitori, figli, parenti, non resta che affrontare il buio, i tuoni e il freddo e raggiungere il rifugio. Fame. Fame nera. In tempi di guerra, ci dice l’autrice Antonietta Benagiano nel suo poema drammatico LA SIRENA, anche l’onesto diventa ladro, pure di cibo. Il padre e la madre preparano i figli per ciò che potrebbe essere peggio: la piccola Ninì e suo fratello. Lasciano in fretta la casa che può anche crollare sotto le bombe degli alleati anglo-americani. La scrittrice massafrese crede come Brecht che la pace si possa costruire SOLTANTO con la pace e che nessuna guerra potrà mai essere giusta. Per lo scrittore tedesco la guerra è assurdità perché priva l’uomo della sua dignità e della sua vita per arricchire ristrette oligarchie militari e industriali. Ecco qualche verso del poema della Benagiano, corale a sfumature di oratorio antico e nel contempo postmoderno sceneggiato drammatico. Le emozioni sgorgano genuine a forma di bestemmia popolare e antico anatema: “maledette guerre/balordo crudele chi le provoca/s’illude/illusione spande/fratelli non sono gli esseri umani/impasto d’odio siamo/rovina e morte”. Infatti l’uomo è sempre incline a riconoscersi nella sofferenza, nella privazione e nella paura, piuttosto che nella gioia, nella quiete. L’esperienza della guerra è uno stimolo all’interrogazione poetica. L’uomo nell’orrore e nella distruzione torna a essere ciò che è per natura, una somma di bisogni primordiali. Con questo poema – manifesto, LA SIRENA, ricolmo di ribellione, solidarietà e religiosa pietas, è una preghiera che va essere recitato per scongiurare le atrocità della guerra che praticamente non ha cessato mai, nel mondo. Antonietta Benagiano, autrice non solo di poesia, ma anche di narrativa, di teatro, di saggi, elogiata da critici come Barberi Squarotti, M. Alemanno, Roberto Pasanisi ecc., per la densità e l’intensità della sua scrittura, per l’approccio d’argomenti civili di portata europea e universale, riconferma nel recente poema l’impostazione drammatica, il linguaggio pregno di speranza, fiducia e amore, a scapito dell’aridità del razionalismo. La Benagiano condivide qui la visione dell’esperienza bellica di Salvatore Quasimodo, ma piuttosto quella di Umberto Saba e Vittorio Sereni. C’imbattiamo spesso nelle tematiche della solitudine, della precarietà della vita e dello sfiorire delle illusioni. La guerra è un’esperienza drammatica e terribile, affiancata dall’orrore, disperazione, da una fredda malinconia e dal dolore, ma non riesce a privare l’essere umano di ogni sentimento e ricordo, e a congelare il suo cuore. Quadri di normalità della vita nella bella Taranto estiva, quasi leopardiani, quasi firmati da Guttuso, se si si può dire, alternano con il suono funebre di campane che assale la città per accompagnare i morti, combattenti caduti oppure il piccolo Mario al cimitero. Le annotazioni sotto forma d’incantamenti poetici dipingono in maniera realistica non solo il paesaggio umano e naturale, bensì il contesto storico dell’evoluzione della guerra, le bombe “alleate” degli anglo-americani compresi. Infatti il poema della rinomata scrittrice pugliese è un omaggio alla piccola innocente Ninì, alla sua infanzia perduta, al trauma vissuto e sofferto, similmente a centinaia di migliaia di piccole anime stroncate dalle guerre che si sono succedute d’allora in poi.

Bucarest, 8 giugno 2018

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