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Da questo mare

Gian Piero Stefanoni ha pubblicato uno dei libri di poesia con più forza civile degli ultimi tempi, il che non toglie che vi sia un’idea originaria di poesia come preghiera. Per chi ancora non lo sapesse, o fingesse di ignorarlo, in origine il poeta è sacerdote.“Dove finisce la poesia inizia la preghiera”, sono parole di Mario Luzi con cui è difficile non essere d’accordo. Nella poesia di Gian Piero Stefanoni assistiamo a un dialogo manifesto tra il poeta e i suoi predecessori o maestri; Ungaretti, Elio Fiore, Marco Guzzi, Giacomo Manzù, Pasolini.

Possiamo dividere in due sezioni il libro. La prima ci racconta il rapporto con Roma e con alcuni suoi protagonisti. Il pretesto è linea del Tram 8 che percorre buona parte della città, dal centro alla periferia. Incontriamo luoghi e personaggi che hanno fatto la storia o la storia della poesia. Così a Monteverde, uno dei primi quartieri di Pasolini, ma anche di Caproni, Bertolucci; qualcuno sui muri e sui manifesti lo insulta ancora: “Pasolini frocio”! Lì vicino c’è il Ponte bianco, lì abitava negli ultimi anni il poeta romano Elio Fiore, un poeta che aveva fatto ‘poesia della poesia’; ma è nei versi dedicati a San Camillo che veniamo folgorati con un’apertura cosmica di rara efficacia: ”Anche al mattino ci sono le stelle/ ogni occhio mi dice/ fuoriuscendo dalle nostre galassie”.

La seconda parte del libro è quella che gli dà il titolo, Da questo mare. È in verità un lungo poemetto occasionato da una notizia di cronaca che ormai è talmente usuale da non fare più notizia; a Licata un ragazzo di 16 muore perché gettato fuori bordo dagli scafisti, il giovane non sapeva nuotare.

Il richiamo è subito per Memoria ne Il porto sepolto di Ungaretti in cui si ricorda il suicida Moammed Sceab, ma Stefanoni lo posizione in una sorta di terra di nessuno: “Non hai nome/ ma appartieni alla serie dei nomi/ che non sono fra le schiere degli angeli/ il tuo spazio adesso è fra la riva e la terra”.In questo lungo poemetto l’autore unisce il mare di Licata alla sua Roma dei poveri cristi sotto le macerie (tra i quali il poeta Elio Fiore); lo fa con il recupero della citazione del pittore Lorenzo Vespignani che disse dopo il bombardamento del luglio’43: “Da quel giorno la realtà, sempre più spesso, cominciò a ferirmi come un’annunciazione”. L’innocenza del ragazzo che non ha nemmeno nome si fa simbolo di un Cristo che muore per tutti, se Manzù vedeva nel suo Cristo l’immagine del partigiano, Stefanoni ci vede la tragedia dell’immigrato.

Da questo mare di Gian Piero Stefanoni, è un libro di una poesia necessaria, doverosa, civile e sacra. Tra tante chiacchiere inutili questa ‘parola’ ha la forza dello schiaffo sul volto e la grazia dell’annuncio".

2 novembre 2015

Recensione
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