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All'origine della parola

Questa raccolta di liriche fa parte di un “progetto letterario”, nel quale la forma poetica, ed i suoi spazi, sono pensati come anello di collegamento tra l’aspetto epistemologico – ovvero nitido, ma anche inevitabilmente freddo – del reale, e quello estetico (nel significato greco del termine), dove invece prevale una visione d’insieme e nel quale penso che, in certi termini, il sogno giochi un suo ruolo piuttosto importante». Le parole dell’autore esprimono chiaramente le linee del progetto alla base dell’opera e, con la stessa precisione, i nuclei tematici della raccolta: il rapporto tra reale e ideale, tra osservazione e visione, tra fenomeno e sogno.

Giovanni Parrini, nato a Firenze nel 1957, dove attualmente vive e lavora, raggiunge con l’opera Tra segni e sogni, pubblicata da Piero Manni, una tappa importante di un percorso poetico già ricco di riconoscimenti (ricordiamo la sua partecipazione ai premi Firenze, Maestrale, Montano e Casentino) e di collaborazioni con riviste e periodici (tra cui “Lo Specchio” de “La Stampa” e “Atelier”). Senza dubbio, la laurea in ingegneria ha avuto un ruolo decisivo nella formazione dell’autore e nell’elaborazione di una poetica che potremmo definire “scissa” o “dualistica”, oscillante tra due opposti punti di vista, quello del freddo osservatore, che indaga il fenomeno e analizza gli elementi, e quello del sognatore che segue l’istinto e si affida alla visione.

L’opera, divisa in quattro sezioni, si presenta, dunque, come parte di un più vasto progetto, summa della produzione poetica dell’autore e, allo stesso tempo, risultato provvisorio e in fieri di un’indagine sulla realtà. Se è vero, come suggerisce Maurizio Cucchi nella prefazione al volume, che i due modelli dominanti possono essere individuati in Eugenio Montale e Mario Luzi, soprattutto per «il decoro di un tono medio discretamente sostenuto »1, è allo stesso modo vero che il dialogo con la tradizione, non solo novecentesca, rappresenta una componente essenziale dell’opera. Sono presenti, infatti, numerose citazioni di autori italiani e stranieri, da Zanzotto a Borges, da Rebora a Machado, da Jacottett a Caproni, ma anche Dante e Leopardi. Vengono così espresse una visione dialettica della letteratura, in quanto incontro con i testi e atto fondamentale di lettura e interpretazione, e una concezione del linguaggio come tramite tra il dicibile e l’indicibile, sfida continuamente sferrata ai limiti umani e alla minaccia del nulla.

La ricerca di senso è la mèta, il punto estremo a cui tende il linguaggio, là dove le “angosciose dualità” (parola-realtà, eros-ethos, forma-sostanza) si annullano ed è possibile trovare finalmente il “varco”, il passaggio, un volto che resista alla consunzione del tempo: «al termine | di questo appuntamento al buio, | ci deve essere un volto, | estremo, unico ai volti»2.

Nella prima sezione, la più ampia, l’osservazione della fenomenologia del reale si alterna alla speranza che esista altro oltre lo sguardo e i suoi confini. Una serie di meticolose descrizioni, nutrite di termini specifici e del ricorso anche al linguaggio scientifico-matematico (“anodo e catodo”, “raggio”, “stechiometria”, “microampere”, “equazione”, “scala”, “milli, micro, pico” e “kilo, mega, tera”, “teoremi”) lascia gradualmente spazio alla comparsa di termini che indicano l’attesa di un evento straordinario, qualcosa che squarci il velo del reale e, montalianamente, indichi la via della salvezza (“incanto”, “miracolo”, “il passaggio sereno”, “il motivo del varco”, “un’idea d’aldilà”).

La seconda sezione è dedicata al tema del desiderio, di Eros, oscuro nume della nostra passionale natura di esseri umani e mortali, colui che «alla fine, ha vinto, e vincerà»3. La parola è la protagonista della terza sezione: il segno «che si lega | a ciò che sempre gli si nega»4. Il potere del linguaggio e della scrittura sono celebrati in questa parte della raccolta, nella quale si chiarisce il significato del titolo dell’opera: Meglio fermarsi un poco dove la penna indugia, e lascia correre il pensiero più avanti, fino ad un punto intatto, immaginato dove riposa quello che sarà tutt’uno, volo ed ala, nido e nuvole. Se non che nel periodo, stremata la “e” fantastica, la copula mancò tra il segno e il sogno, tra il passo ed il trapasso […]5.

L’ultima sezione, attraverso una fulminea rappresentazione del presente, fa riferimento ad una serie di oggetti di uso quotidiano – la sim card, internet, la televisione – con un tono ironico e leggero che, però, non esclude la critica allo stile di vita oggi dominante.

Tra segni e sogni è un’opera dedicata al mondo, un omaggio alla ricerca di senso, che la scrittura rappresenta e alla capacità della ragione di riconoscere ammirata «l’oscura meraviglia del soqquadro»6 ovvero la misteriosa bellezza della vita.

Note:

1 - M. CUCCHI, Più segni che sogni, prefazione a Giovanni Parrini, Tra segni e sogni, Manni, Lecce 2006, p. 5.
2 - G. PARRINI, Tra segni e sogni, ivi, p. 13, vv. 3-5.
3 - Ivi, p. 49, v. 12.
4 - Ivi, p. 55, v. 5-6.
5 - G. PARRINI, ivi, p. 59, vv. 1-10.
6 - Ivi, p. 17, v. 11.

Recensione
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