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Dilagante eternità

Giovanni Tavčar, triestino, poeta e scrittore trilingue (italiano, sloveno, tedesco), è giudicato dai critici il poeta più caratteristico e significativo della sua città, sia per l’originalità e profondità della sua poesia sia per l’apertura mentale nei confronti di altre culture, che è, poi, un modo di porsi per cui si contraddistingue in un ambiente dove ardono ancora le passioni nazionalistiche. Ed è proprio questo suo atteggiamento che lo ha portato ad affermarsi soprattutto nell’Italia meridionale, dove ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti.

Collaboratore di alcune prestigiose riviste culturali nazionali ed estere e traduttore di opere poetiche in italiano, sloveno, tedesco e viceversa, ha al suo attivo numerose pubblicazioni di sillogi poetiche, di saggi e di scritti di carattere musicale e religioso.

La presente silloge si apre con la prima strofa di una poesia che l’autore riporta poi per intero in penultima posizione nel testo e in cui pone il tempo come cornice delle sue tematiche: “Sulla lavagna del tempo / io scrivo fantasiose parole, / pulsanti esigenze, / aperte e lievitate speranze”. Un tempo dall’aspetto indistinto, dai tratti metafisici, che procede verso l’eterno e l’infinito, in cui egli semina “parole, immagini, / pensieri fantasiosi / attonite constatazioni, / spasmi dolorosi…”: racconta cioè la storia della sua anima, esternando la propria interiorità e avvicinandosi “all’eterno canto consolatore” per sfuggire la precarietà e la contingenza del divenire. In questo lavorio della sua anima un ruolo fondamentale lo gioca la natura, colta nelle sue innumerevoli manifestazioni: come nel glicine che si attorciglia in figure luminose e si protende verso il cielo nell’incanto primaverile; o nelle lucciole che “accendono le loro lanterne”; oppure nei “fruscii di rose biancheggianti e di fragranti gelsomini”; e la sua anima s’illumina, il suo cuore si colma di armonie e, più il tempo passa, più il suo essere si sublima in luce, in suoni, in voci di vita nuova che annunciano vaghe promesse. E può fantasticare, immergendosi, in un errante abbandono, nelle visioni, nei suoni, nei profumi delle cose, che sono come “perle d’eternità” e “magiche porte” che gli permetteranno di spiccare, nell’ora suprema, il volo verso i lidi del mistero.

Sono, questi, concetti tratti qua e là dai versi di alcune poesie, in cui l’autore esprime il suo sentire con la dolcezza propria dei toni sfumati; in altre composizioni esterna un vissuto più doloroso: un’ansia di indagare se stesso, di scandagliare, in un continuo interrogarsi, la propria interiorità, e anche un intenso desiderio di libertà, e si acuisce in lui il senso del tempo che passa, ma che tuttavia non ristagna mai nella sofferenza, bensì svanisce nelle sembianze del sogno.

E mentre la vita fluisce, egli avverte la necessità di proseguire il suo viaggio oltre il visibile, “al di là di ogni esteriore apparenza”, perché non vi sono altre vie tra lui e la salvezza. Sogno, silenzio, squarci discreti di luci e di colori sono termini ricorrenti nel testo, a indicare, come già sottolineato, una poesia dai toni soffusi, che quasi nasconde il dolore dell’esistere e dove il tempo è inteso non come implacabile distruttore della realtà, ma come un’entità che costruisce l’ “immortale / edificio / del paradiso d’amore, / svincolato da ogni caducità”: per dirci che “siamo nati per vivere, / non per morire”, per vivere in un paradiso d’amore che è pace e luce, e “che accoglie ogni essere / e ogni forma vivente”. Altrove il tempo è invece avvertito dal poeta come peso angosciante che gli rotola addosso e sa solo fuggire insensibile e inesorabile, portandogli via la speranza e lasciandolo nella noia e nella tristezza, ma è un dolore manifestato sempre con discrezione e la speranza non svanisce mai del tutto, perché in questo barcamenarsi tra reale e irreale che è la vita si distendee dilaga l’eternità.

C’è, come si può intuire, molto afflato poetico in questa silloge che, scritta in uno stile dai toni sopra definiti sommessi e contrassegnato anche dall’accuratezza del linguaggio, sta a esprimere il mai risolto rapporto tra il divenire del tempo e la stabilità dell’eterno, rapporto che si può solo sentire e comunicare tramite, per esempio, la poesia, ma non spiegare alla luce della ragione.

Recensione
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