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Ecuba e le altre

Mitologia vivente.

Un giorno una donna della mitologia vivente, mi disse che c’è differenza tra una narratrice ed una scrittrice: la prima racconta, la seconda, con la scrittura, crea. L’essere mitologico di cui parlo si chiama Maria Lenti: poetessa, letterata, scrittrice. Innamorata.

Il suo Elena, Ecuba e le altre è un libro luminoso, perché disvela e illumina un mondo tenuto nel buio. Le poesie di Maria Lenti sono fatte di parole naviganti, quelle parole che, come dice Rumiz, “ti fanno il nido dentro, non ti lasciano in pace, chiedono di essere ascoltate”.

Maria Lenti con i suoi versi ti naviga all’interno, per poi portarti in mare aperto. Maria entra nei miti e ne capovolge il paradigma: le cosmogonie declinate al maschile vengono ribaltate e il binomio donna-notte, donna-buio, si illumina. E questo non avviene per magia, o meglio per stregoneria. È la scrittura che lo genera, mettendo subito in chiaro (appunto) che si naviga con andatura leggera.

Leggera e liberata, si salpa così:

Teseo al largo già / dolente e fiero
Arianna a Nasso
leggera e liberata”

Virginia Woolf scrisse che “se la donna comincia a dire la verità, la figura maschile si rimpicciolisce”.

Povero Teseo, Arianna non si sente abbandonata ma libera e leggera.

Ed Elena dice a tu Menelao:

Non tornerò a Sparta.
Quale che sia
            veloce o lento
il verso il giro il senso
che imporrai alla spada,
resto con la mia ombra.

Ombra. Elena non usa simulacro, essere ingannatore, o fantasma, essere spettrale, ma dice ombra. L’ombra, si sa, presuppone una luce che la faccia allungare.

Così, “Desiderosa di chiarezza – dice Psiche ad Eros – alzo la lanterna e ti rischiaro a lungo. Lui, che comunica con il silenzio, il sotterfugio, il nascondimento, è appagato del suo buio. Psiche, invece, comunica fuori dalle dinamiche di quel potere che la vuole amante clandestina. Psiche disobbedisce e accusa:

ti neghi a rivelarti o a svelarti.
Appagato del tuo buio

Sembra di vederlo Eros, a tentoni nel suo palazzo incantato, disorientato, incapace di riconoscere l’altra. A chi potrebbe rivolgersi? A Narciso, forse, incapace a sua volta di parlare all’altra? Fatti suoi. Perché Eco, nei versi di Maria, prende la parola. Ribelle, impara a “parlare di sua iniziativa” (care antiche complicità femminili di Marina Mizzau) e parla con parole che creano mondi come soffi di vita:

la coda dell'ultima parola...
                        A farne cosa?

Navigate, dunque. Non si può rinunciare a navigare in e con questo libro bellissimo. Sentirete Nefèle che ad Atamante, che vuole abbandonarla per Ino, intima

Sii sincero e no di spalle,
senza mentire.

Sentirete Egialea che sfida Diomede, lui concubino a Troia, lei amante di Comète ad Argo,con un deciso

Prendi coraggio, affrontami,
dimmi di te e ti dirò di me.

Atamante, Diomede e gli altri, venite ad abitare lo spazio illuminato, dove si può trovare amore, conflitto, sintesi e tanto altro. Il riconoscimento dell'altro.

I versi di Maria Lenti sono luminosi e gioiosi, vanno a scovare l'indicibile, in un gioco di scatole cinesi. Apri apri apri, fino all'ultima scatolina che può accogliere giusto un foglietto e poi il foglietto che può accogliere finalmente parole. Parole-alito, parole-respiro, parole-vita. Creatici di mondi all'infinito, anzi, in eterno, come Maria fa dire ad Ebe rivolta agli dei, nella non-ultima pagina di Elena, Ecuba e le altre:

le ore della mia giovinezza
viverle come voglio

Meraviglioso verso, libero da un inizio maiuscolo e da un finale col punto.

Recensione
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