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Letti bianchi

Non può esserci indifferenza alla voce muta del dolore.

Alti e solenni gli ospedali proiettano le loro bianche luci verso una realtà esterna, statica e lontana per i pazienti che giacciono su un lettuccio :”ogni letto un diagramma, / ogni battito un respiro / contenuto / tra le nocche contratte. / Un timbro sulle membra, / un numero dietro la testa … / Ti guarda un Dio / squallido e immenso / che sa di disinfettante … / “ (nota 1- Diagramma – da Nebbie e chiarori- Rebellato editore 1982 – Anna Vincitorio).

Letti bianchi di Mg. Carraroli sono una fotografia spietata di immagini; pazienti annientati, ricordi che incalzano di fronte al lettore-spettatore di un dramma umano. Le parole immaginate dalla sensibilità del poeta parlano da quegli anonimi letti bianchi, tutti uguali e severi, testimoni di un dolore che scivola da una persona all’altra ma non meno intenso. Una plaquette esile ma non per questo meno coinvolgente. La sua concisione rende più vicino al lettore il dramma di ognuno.

Alla statica immobilità dei malati si contrappone l’andirivieni dei visitatori: “E’ l’ora. A bocca spalancata le porte del reparto ingoiano visitatori.“ Acquistano rilevanza e si umanizzano i letti bianchi disposti all’ascolto e alla parola. Le sensazioni, il carico di dolore e di paura tra pazienti, parenti e amici, sono come assunte da quei letti. In ognuno una storia diversa da raccontare, oppure soltanto il ricordo di chi ha travalicato il limite.

La sofferenza non ha età: il bel ragazzo albanese: “Una rissa- dice …“; “l’anziano già segnato d’antica amputazione, / tempra tenace / l’intervento superato …? “ ma, il dopo?

Uno dei punti più drammatici della plaquette è il racconto, o meglio l’occhio bianco del letto n°3 che non può non annebbiarsi di lacrime. Vari elementi : la figlia venuta da lontano, la vecchia malata i cui occhi vedono un’altra, non la figlia “sono io, mamma, non mi riconosci?“ Parole, sguardi rivolti ad un’altra creata da una memoria ormai persa. E’ una morte senza commiato e lì presente la figlia.

Si susseguono parole; i letti parlano ma i letti sono noi stessi che forse tratteniamo all’interno un nostro inutile constatare la sofferenza di chi ci è di fronte. Noi stessi schiacciati da uno status che si mostra a noi ma su cui niente possiamo. Lo sguardo assorbe ma il cuore poco riesce a trasmettere. Come vengono accolti, mi chiedo, da un malato terminale stereotipi di un futuro al di fuori dello stretto abitacolo di un letto. Spettatori sempre presenti i fili bianchi, le flebo e il mesto ma liberatorio allontanarsi dei visitatori. Per loro ancora un bagliore cilestrino fuori di quelle porte scorrevoli.

Firenze, 20 maggio 2018

Recensione
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