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N.O.F. 4 - centottantadue metri di follia

Siamo di fronte ad un muro di graffiti : per l’esattezza 182 metri. Sequenza simile al flusso di un fiume di segni, parole che si susseguono per l’arco di una vita. Sfinimento nel vedere il degrado di quei luoghi propri per rappresentare la tragicità dell’abbandono. E’ facile parlare di follia: siamo nei luoghi del Manicomio Criminale di Volterra. Luogo di solitudine e di atmosfere dove il giorno si consuma in mille sfumature, vapori, silenzi.

Eppure quei luoghi hanno vibrato a lungo per le grida gridate e sussurrate volte all’incomprensione dei c.d. savi, uomini che nessuno voleva : restavano lì relegati o forse protetti dalla prigione della loro stessa follia, ingigantiti dall’abbandono.

Il testo di Mariagrazia Carraroli è godibile e fruibile sia sul piano della parola che dell’immagine: l’una si integra nell’altra e viceversa. Si può definire pièce teatrale che risveglia ricordi antichi di una drammaturgia corale. Il coinvolgimento non può che essere genuino. Il protagonista è realmente vissuto rivestendo più identità che lo portano a illustrare il proprio strazio nelle smorfie del delirio | nel rumore del silenzio.

Legato ai ceppi della follia e del degrado, la sua mente vuole mettere le ali come fosse un vento e raggiungere le stelle.

E’ forte come immagine il suo immergersi nel cielo rovesciato… | che ha le stelle nel fondale.

Solo a lui è dato vederle. Il suo occhio spazia in verità diverse, in sogni che mai potranno avverarsi ma che lui incide con le fibbie del panciotto sul muro. E lui ricorda o immagina in quel suo teatro di immagini che lo accompagna. Poteva uscire da quella prigione ; nessuno lo ha cercato o voluto. Suoi compagni, altri folli diseredati. Tutto in una parola: MESE-RICODIA.

Il coro compare più volte nella pièce : Del camerone siamo i galeotti | Le isole in mezzo | tavoli da circumnavigare | a forza di piedi strascicati… | Ci desta l’urlo del compagno | ci dice l’agonia di qualcun altro | e la sberla del custode ci richiama | a un’altra mano | dal tepore che l’anima conserva. | Ma l’anima qui dentro si consegna | come alla sera i panni.

Il giorno dopo, però, non come quelli | ci viene ritornata… | e passano le ore senza fretta | nel senso che il nostro giro inverte. | Galeotti antiorari, noi, contrari.

Ripenso alla Tinaia di San Salvi : più volte in quei luoghi ho errato con le ombre di altri infelici: alcuni di loro erano entrati nella mia vita : nonna Ada, Ermanno…

Luoghi anch’essi abitati dal silenzio di quelle che furono grida e da abbandoni.

Sono ora luoghi diversi ; ci fanno spettacoli e le foto in sequenza ci riportano ad immagini disperate, intrise di ombre e di luci dilatate.

Mi immergo e sento in me le voci di questi umani avvolti nel sudario della follia che , forse, se ci fosse stato più amore e comprensione, avrebbero consumato gli anni in maniera diversa.

Cara Mariagrazia, il tuo testo ha ridestato in me con le sue immagini, ricordi e tutta l’impotenza di non aver fatto nulla se non guardare attraverso occhiali filtrati, la follia e il dolore di N.O.F.4: martire, eroe, artista nel suo lungo delirio.

Firenze, 30 maggio 2012

Recensione
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