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Prefazione a
Dal fondo dei fati
di Patrizia Fazzi

la Scheda del libro

Giovanna Vizzari

L'avventura evocata

Necessità, accadimenti, inquietudini, solitudini all’interno della raccolta Dal fondo dei fati di Patrizia Fazzi e altre passioni ed emozioni, ora sull’itinerario del sogno ora su quello della realtà.

Ma anche e soprattutto vita, vita da vivere in un’ alternanza appassionata sospesa tra vitalismo gioioso e amara consapevolezza : “vita come onde mosse”o “meteora” che “passa e ci trafigge”, come ”un gioco onirico dell’oca” “oppure “tuffo di vita che nessuno osa”, “vita che stormisce e ci stordisce”, ma al tempo stesso vita come dono irrinunciabile e a cui dire grazie sia per i dolori che per gli amori non sopiti, “la vita da gustare | la vita nel sole | nel verde e l’azzurro”, come nella lirica che apre la sezione ‘Vita vivenda’ , o come “ventaglio di sipari | oscuro eppur meraviglioso labirinto” per una moderna Arianna.

E la morte padrona della vita, conseguentemente. Una “sorella francescana morte” invocata oppure “beffarda” che giunge con “zampe di velluto”, ma oltre la quale, “pure nel quasi vuoto in cui si affaccia il tempo”, la poetessa individua “un filo siderale” che unisce per sempre a chi si ama, grazie anche alla “scia” di “parole luminose”.

Nello snodarsi delle varie sezioni , molti sono gli itinerari esistenziali e naturali da cui scaturiscono partiture di versi: il paesaggio colto nell’alternarsi delle stagioni – specie quello marino della costa toscana ritratto nelle ‘Cartoline da San Vincenzo’, oppure gli affetti, le memorie familiari, a volte oggetto di un doloroso distacco come nella lirica – bellissima – “La casa inghiottita”: “la casa pian piano spoliata | imbustata scomposta e svuotata | la casa inghiottita”. E ancora la tenera tensione per i suoi alunni, “piante cresciute tra i banchi”, a cui dedica “parole di pesca vellutate” colte dalla sua “piccola pianta di saggezza” facendone “un cestino per la vita”. E non mancano poesie che si affacciano sul presente e sui perché della storia.

Ma fra i numerosi temi, quello che tutti riunisce e collega come un ‘file rouge’ dalla prima all’ultima sezione, è il grande amore per la poesia, sentita come esperienza vitale insostituibile: “oggi è giorno di poesia, | lo sento”, “basta un verso, sai, per ritrovarsi”, “temporale e arcobaleno | insieme, sei, poesia”, fino ai versi da cui emerge un rapporto quasi fisico, terapeutico con ogni lirica: “la prendo a gocce, come medicina, | come zucchero la verso | e l’assaporo, | finchè dal sangue nata, | vi ritorna, | creatura mia e a se stessa linfa”. Eppure ogni parola del libro non è scritta solo per sé, ma si innesta “nella terra di tutti”, tende a essere , come recita la poesia iniziale, “anche la tua voce”, un atto d’amore che denota una fiducia estrema nella parola poetica.

Amore ed eternità sono una cosa. Amore e poesia sono le figurazioni più adeguate e consistenti del senso dell’eterno. La poesia, come amore, evoca immagini secondo un metro di arcana corrispondenza che è già, in sé, pienezza di conoscenza interiore, è identificazione autentica, essenziale.

Avido di emozioni da comunicare, il verso di Patrizia Fazzi è privo di oscillazioni leziose e bizzarre, come detta il manifesto contemporaneo; la sua parola è calda, serena, naturale, semplice e innocente: un’esigenza di verità dove ci sono, sì, gli spasimi dell’impazienza, gli ingorghi dell’ineluttabile quotidiano, i guasti dell’oggi, i pentimenti. Ma anche le sublimazioni e le seduzioni dei nostri anni nell’urto della sua generazione.

Negli itinerari immaginativi di Patrizia c’è un’ansia severa, nei suoi giochi col tempo una fretta angosciante, una fuga all’indietro: vi si allargano i campi visivi dell’anima, vi si scoprono trascendenze nascoste. Lì la poesia imposta desideri e sconfitte sull’altare del vivere: si direbbe che ogni suo verso è un candido atto sacrificale. Nel lamento del suo intimo malessere c’è , intera, la patologia della sua giovane consistenza umana. Nella continua dicotomia di quel viaggio terreno c’è tutto il significato di un esistere passionalmente vissuto e poeticamente narrato: “Mi sono trafitta di luce | e ho detto la mia storia. | La mia e di tutti, ad inseguire | rosse verità, scatti in avanti, | trappole catartiche…”.

“Il desiderio dello spazio, – come ebbe a dire Mario Luzi - l’avventura evocata e immaginata contro la monotona consunzione del tempo a ripetizione dei segni, il soffoco e la riduzione contro la meraviglia e l’aspettativa si battono senza clamore ma tenacemente…”.

Il mondo di Patrizia Fazzi, come già si profilava nella precedente silloge “Ci vestiremo di versi”, diventa sempre meno consistenza oggettiva quanto più cresce in intensità e robustezza l’oggetto lirico, raccolto dall’autentico sguardo interiore.

Chi non ha mai avuto il desiderio, un giorno, di poter entrare in un’immagine e di viverci?

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