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Lilia Slomp Ferrari:
Una delle voci più limpide ed interessanti della poesia dialettale trentina

Nonostante vadano per la maggiore, certe pretenziose antologie della poesia dialettale italiana risultano fin dal primo approccio deludenti per la scarsa o nulla attenzione ad intere aree glottologiche come a gruppi letterari rappresentativi e ad individualità significative e non trascurabili. Noto come, per fare un solo esempio, la poesia trentina, che nel Novecento ha dato personalità quali Arcadio Borgogno, Marco Pola e, più vicino a noi nel tempo, Renzo Francescotti, degno di particolare considerazione per la robustezza della sua istanza creativa, sia ignorata da recenti compilatori privi del sicuro istinto e della volontà di ricerca che Pasolini e Dell’Arco manifestarono per la loro indimenticata e preziosa crestomazia del 1952. Anziché antologie nazionali pesanti come pietre tombali e penalizzate da intrusioni ed esclusioni inammissibili, occorrerebbero buone antologie regionali. Ma non sempre i curatori sono all’altezza dei loro compiti, non sempre gli editori vedono al di là del loro naso né i gestori istituzionali della cultura sanno quasi mai andare oltre i fuochi artificiali, le movide e i frastuoni dei rocchettari.

Dopo questa polemica ma inevitabile premessa, è il caso di segnalare una poetessa da anni ormai sulla breccia e già compresa nell’antologia della poesia trentina diligentemente allestita da Francescotti e apparsa nel 1999: Lilia Slomp Ferrari, residente a Ravina ma nata a Trento sul finire dell’ultima guerra di notte in un rifugio antiaereo mentre le bombe angloamericane devastavano la città. Dagli anni Novanta ha richiamato su di sé l’attenzione dei cultori e dei lettori della poesia al di là dei confini provinciali e si è fatta sempre di più apprezzare pubblicando di volta in volta sillogi in italiano e nel suo dialetto trentino. Rivelando un’ambivalenza che è di pochi, la Slomp sa governare la sua incontenibile e provvidenziale propensione alla musicalità del verso e la straordinaria capacità del ricorso alle immagini raggiungendo esiti lirici ragguardevoli.

Di suo in lingua ho presente due raccolte: “All’ombra delle nove lune” (2005) e “Come goccia di vetrata” (2008). La prima in icastici accenti denunzia l’amara condizione di una femminilità che, nonostante il cammino compiuto sulla via dell’emancipazione, appare tuttora delusa; la seconda sublima nella saggezza della maturità il rimpianto per la deriva dolente dei ricordi e dei sogni.

Ma è nelle raccolte in dialetto che trovo maggiori spunti d’interesse sia per la comunanza di suoni, di voci e di locuzioni del trentino con il mio bergamasco sia per l’uso moderno del registro glottologico, non inteso come nostalgico ripiegamento evocativo di un mondo contadino che non fu mai età dell’oro bensì temperie di duri sacrifici e di sofferte privazioni. Il dialetto nella poesia contemporanea (perlomeno quella degli autori che meritano di essere letti) è naturale strumento di analisi interiore e di critica della contemporaneità, è richiamo etico alternativo al determinismo economico che provoca l’anestesia delle coscienze e la morte dei popoli. E già nella sua silloge del 1995 intitolata “Amor porét”, in una cantabilità maliosa che Francescotti ha giustamente definito “affascinante”, Lilia avverte e tratteggia nitidamente l’impronta del dolore sugli affetti domestici, sulle aspirazioni della gioventù, sul destino individuale.

In “Striarìa” (2002), autorevolmente prefazionato dall’indimenticabile Tavo Burat, l’autrice coglie la poesia del bosco, delle antiche credenze e delle leggende alpine riproponendone suggestivamente spiritualità, significati e valori sapienziali. Non occorre evocare anguane e salvanèi per riaccostarsi alla natura e leggere nel gran libro del creato: bastano uno scoiattolo, un fantasma di vento, un’orma di muschio per riappropriarsi alle leggi universali e recuperare il senso autentico dell’esistenza umana meglio che con un trattato di filosofia.

Nella raccolta più recente “Ombrìe” (2012), con ampia prefazione di Elio Fox e postfazione di Paolo Ruffilli, Lilia offre un buon saggio di poesia intimista adombrando i sentimenti più profondi coi veli di una enigmatica riservatezza, che si avvale di perifrasi, di metafore e di immagini appropriate. Sullo sfondo dell’eredità etica degli avi, icone di una saggezza antica che la dittatura mediatica va sistematicamente cancellando, si delinea e prende forma nel succedersi delle pagine la vicenda individuale: nel transeunte e nella caducità umana s’inscrive una esistenzialità non rassegnata e non arresa, che negli affetti più cari trova la sua ragione di essere. Sulla memoria dei giorni perduti e sugli smarrimenti dello sconforto si eleva l’arditezza della speranza. Ogni lirica di questa poetessa ha richiami ontologici e postulerebbe un commento. Un riguardo andrebbe riservato all’analisi testuale per il valore del dettato, compatto e intenso.

Lo spazio è tiranno. Ma la segnalazione è del tutto meritata.

Strìe

Le strìe le giostra la so vèsta longa
fruada come la malinconia
en la tonda de l’ultim fioch de nef
sangiotà da na luna ’nnamorada
che la cuca, ariòma dentro ’l poz.
La se sconde la luna ’ntrà le onde
zigando come anima danada
negada ’ntél bicér dei desideri
de algéri, de l’ancòi e del doman.
E l’è ’l destin che svérgola le ore
l’oro dei dì che tenta l’ilusión
de ’n spiazzaròl de scherz dentro na piva
al sol s’ciopà en globi de saón.

Streghe

Le streghe giostrano la loro veste lunga / logorata come la malinconia / nella tonda dell’ultimo fiocco di neve / singhiozzato da una luna innamorata / che sbircia, convulsione dentro il pozzo. / Si nasconde la luna tra le onde / gridando come anima dannata / annegata nel bicchiere dei desideri / di ieri, dell’oggi e del domani. / Ed è il destino che storce le ore / l’oro dei giorni che tenta l’illusione / di un birba di scherzo dentro una piva / al sole scoppiato in bolle di sapone.

Materiale
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