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«Sembra il titolo di una poesia, invece Canto d’inverno è un altro nuovo romanzo di Alessandra Santini, scrittrice romana dallo stile carico di viluppo e – fino all’ultimo – di mistero.

Preannunciando il sostantivo inverno, l’autrice ci fa capire che nel suo romanzo si sta verificando la stagione più fredda, anzi è ambientato nei giorni precedenti al Natale, attorno al solstizio d’inverno. Un periodo questo più contemplativo che di movimento, condizionato dalla presenza costante della neve in altura, precisamente sulla montagna del Gran Sasso, nella zona di Rocca Calascio, in Abruzzo, luogo scelto dall’autrice per la sua narrazione.

L’inverno porta seco attributi che sanno di preclusione, indifferenza, mancanza di comunicabilità, introversione, diffidenza, caratteristiche rinvenibili nel libro, perlopiù nell’animo della gente comune di Rocca Calascio (stando al racconto della Santini), quando verrà a conoscenza degli inspiegabili episodi accaduti nel luogo. Nel giro di qualche giorno scompariranno due donne, Carla e Irene: una è la sorella di Patrizia, che gestisce, assieme alla famiglia – due figli e il marito – un rifugio in montagna nei pressi di quello che una volta era il castello con le prigioni di Rocca Calascio. L’altra, Irene, è la collega di Mark, poliziotta e amica di Patrizia, a cui offre aiuto mettendosi sulle tracce di Carla, ma svanisce anche lei nel nulla.

Mark (non rivelando ad alcuno del luogo la sua professione di poliziotto), assaporerà un po’ alla volta la bellezza inesplicabile di Rocca Calascio dopo aver ricevuto un ermetico messaggio dal cellulare di Irene. La storia si condirà della morte di una ragazza sedicenne avvenuta per trauma cranico e caduta in un dirupo dopo essere presumibilmente “stata colpita in testa con un oggetto contundente”.

A questo punto l’andamento infausto del racconto si legherà in maniera indissolubile ad un’antica leggenda di Rocca Calascio, ossia la leggenda di una bellissima ragazza che “Aveva i lunghi capelli color del grano e gli occhi viola come i fiori della Majella. Era figlia di pastori, ma tutti la chiamavano ‘principessa’ per la sua favolosa bellezza (...) Lei viveva serena fra le case del borgo e le rocce impervie, dove spesso incontrava camosci e caprioli, e coglieva fiori gialli e viole coi quali faceva corone da mettere fra i capelli” (a pag. 18).

Purtroppo il signore di Rocca Calascio, non ricambiato dalla ragazza, le riservò un destino degno delle fiabe non a lieto fine e da quel 1408, il venti dicembre di ogni anno, a qualcuno succede di riascoltare il canto d’inverno della bellissima giovane, il cui spirito è rimasto vagante per i dintorni del castello.

L’autrice ha fatto del suo romanzo un pregiato arazzo, dove i fili della leggenda si sono combinati con quelli della realtà di questo luogo montagnoso dal sapore medioevale e moderno allo stesso tempo.

Mark ritroverà Irene dopo una serie di personali disquisizioni e colloqui con i vari componenti della famiglia di Patrizia e abitanti del posto, compreso il parroco. Si accorgerà di quanto possa influire l’eco di una leggenda negli eventi ricorrenti di Rocca Calascio, cosa che è stata altrettanto importante per la Santini, che ne ha concepito un romanzo.»

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