Servizi
Contatti

Eventi


I Preludi
dagli “Scritti giovanili”

È incredibile venire a sapere che un ragazzo di appena sedici anni, nel 1955, ha scritto e conservato diligentemente dei lunghi pensieri filosofici, e non solo, attorno all’Essere. A quell’età certo iniziano le perplessità, le domande interiori ed esistenziali, le prime acerbe angosce per qualcosa che non si può ottenere subito, il guardarsi attorno e davanti a sé per constatare la quasi impossibilità nel poter cambiare qualcosa a proprio piacimento.

Eppure, guardando attentamente il giovane nella foto d’epoca in bianco-nero che appare sulla copertina di questo volumetto, traspare una maturità anzitempo impressa soprattutto nello sguardo penetrante, tipico di chi va oltre la superficie delle cose, di chi vuole capire di più su tutto. Lui, è Pietro Nigro, docente d’inglese nei Licei, poeta con alle spalle numerose raccolte pubblicate, saggi e presente in altrettante Antologie e volumi della Letteratura italiana contemporanea. Ha imparato da solo a suonare il pianoforte e in lui « […] è innata la passione per l’arte in genere, ma in special modo per la musica e la drammatica, di cui mi professo umile, ma esigente seguace. […] Parecchi sono gli interpreti di questa nobile arte: ma i più, per l’ardente desiderio di emergere sugli altri, distruggono il motto “arte per arte” e le loro stesse capacità che un fine più disinteressato avrebbe migliorato. » (Alle pagg. 11-12).

Comprendere e apprezzare Pietro Nigro è un po’ come ripassare il Leopardi, nel senso che si assomigliano per il loro modo di guardare la natura, le persone, il bene e il male, il fluire del tempo e il filosofare su di essi.

Man mano che passavano gli anni, quindi dal 1955 al 1959, i pensieri filosofici di Nigro sono diventati degli sfoghi liberatori, confessioni di un animo che non accettava egoismi, inganni, sopraffazioni, desideroso di nutrirsi di vera Armonia sotto tutti i punti di vista. Si è persino immedesimato nel celebre compositore tedesco sfortunato, per via della sordità prematura, Ludwig van Beethoven (1770-1827), che morì ad appena cinquantasette anni in preda oramai alla sua acuta misantropia (la sordità lo aveva reso estraneo verso tutti). « […] Si deve riflettere quando si esprime un giudizio. Grazie alla sua forza di volontà riuscì a vincere il destino che l’aveva eletto emblema del dolore e a creare quel capolavoro che è l’Inno alla Gioia. La sua vita ha dimostrato che anche dal dolore può germinare la Gioia. Già nel lontano 1815 aveva scritto: “Durch Leiden Freude” “Attraverso il dolore la gioia”. » (A pag. 10).

Animo, dunque, sempre in esondazione – quello di Nigro – per i tanti perché che si è sempre posto e al contempo desideroso di pace. Anche il poeta e filosofo Giacomo Leopardi (1798-1837) amò osservare il mondo, gli uomini, gli animali, dalla finestra della sua anima e dalla finestra della sua stanza, per raccontarli poeticamente e allo stesso tempo rispondendo in versi ai tanti suoi quesiti interiori. « […] Il pensiero del poeta sogna e rappresenta con il linguaggio sensitivo ciò che il pensiero del filoso

filosofo immagina concettualmente. Ma i due sono tanto stretti parenti, che Giacomo è l’uno e l’altro, filosofo e poeta. Quando egli parlava del nodo antico intrecciato tra poesia e filosofia, parlava di sé, come colui che aveva indagato e immaginato le potenze originarie della materia o natura: la materia che pensa, la natura che soffre (pur provando qualche piacere)… » (Dall’Introduzione di Alfredo Giuliani al volume Giacomo Leopardi della Collana Cento Libri per Mille Anni, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato di Roma, Anno 1995, a pag. XV).

Il tempo per Leopardi costituiva l’origine della sua malinconia, poiché lo avvertiva come incessante frantumatore e leggendo, nel volume esaminato, i tre racconti di Nigro si nota nel primo la conservazione di un fatto accaduto, ovvero di un amore interrotto tragicamente e messo per iscritto in un album finito poi dentro una cassapanca di una casupola nascosta dalla vegetazione e ritrovato, l’album, per caso da un caporedattore che stava trascorrendo un periodo di riposo nei pressi. Del diario ne fece un libro che pubblicò poco più tardi. Nel secondo racconto il tempo è quello da trascorrere su un treno diretto a Parigi da parte di due giovani amici universitari, che per ragioni di studio, per impratichirsi con la lingua francese, stavano diretti in quella Capitale. Nel terzo ed ultimo racconto c’è la vicenda del ragazzino Toni, il quale non poteva andare a scuola per motivi economici e il padre gli insegnò a leggere. L’elemento tempo servirà a Toni per revisionare ancora una volta il libro di Pinocchio e crescere, per poi andare a cercare un lavoro in città dopo la morte del padre.

« […] Tutto ciò che cade sotto i nostri sensi ha una vita più o meno lunga, è soggetto cioè alla distruzione, ma non al totale annullamento. […] Tutto ciò che esiste, a noi noto o ignoto, è sempre esistito ed esisterà per sempre. Non esisterà quell’ essere nell’attuale aspetto, ma mutando continuerà ad esistere e non si annullerà. » (A pag. 12).

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza