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Sembra doveroso ed utile segnalare questa opera raramente conosciuta di Federico Borromeo, che nel testo originale suona Parallela cosmographica de sede et apparitionibus daemonum, nella agile e preziosa traduzione di Francesco di Ciaccia. Il libro, pubblicato dalla Terziaria, è prefato da mons. Franco Buzzi e reca una pregevole postfazione della professoressa Gabriella Cattaneo.

È interessante notare che Buzzi insiste sul «profondo ottimismo cristiano» di Federico Borromeo (p. II). «Infatti», egli dice, «ogni lato oscuro della realtà è destinato, nella visione sostanzialmente serena di Federico, a lasciarsi illuminare dalle ricerche della ragione e dalla luce soprannaturale della rivelazione» (p. II). Ecco quindi, per Franco Buzzi, Federico umanista, che ha qui «fiducia nei progressi della scienza». A questa visione, diremo quasi serena, di un mondo sconosciuto per l’uomo e, da secoli, oggetto di curiosità, si contrappone la postfazione oltremodo interessante della storica dell’arte Gabriella Cattaneo che, come afferma ella stessa, facendo «la parte del diavolo» (p. 131), vanifica l’attendibilità delle fonti di cui si avvale Federico Borromeo, definendole «testi e cronache poco precisi e saturi di preconcetti», inserendo completamente l’Autore nella cultura del Seicento e nella scuola aristotelico-tomista, definendo la sua logica «più secentesca che umanistica» (p. 134).

In questi due autorevoli giudizi, Federico appare di fronte a noi come una personalità complessa e, vorremmo dire, a volte contraddittoria. Il Manzoni, che tanto aveva esaminato questa singolare figura, ci dice ne I promessi sposi: «Se volessimo lasciarci andare al piacere di raccogliere i tratti notabili del suo carattere, ne risulterebbe certamente un complesso singolare di meriti in apparenza opposti, e certo difficili a trovarsi insieme [...] Non dobbiamo però dissimulare che tenne con ferma persuasione, e sostenne in pratica, con lunga costanza, opinioni, che al giorno d’oggi parrebbero a ognuno piuttosto strane che mal fondate; dico anche a coloro che avrebbero una gran voglia di trovarle giuste. Chi lo vorrebbe difendere in questo, ci sarebbe quella scusa così corrente e ricevuta, ch’erano errori del suo tempo, piuttosto che suoi, scusa che, per certe cose, e quando risultano dall’esame particolare dei fatti, può avere qualche valore, o anche molto; ma che applicata così nuda e alla cieca, come si fa d’ordinario, non significa proprio nulla. E perciò, non volendo risolvere con formole semplici questioni complicate, né allungar troppo un episodio, tralasceremo d’esporle [...]» (cap. XXII, p. 539).

Il Buzzi accenna un cammino per una indagine il più possibile completa e sottile del carattere di Federico Borromeo: ringraziando il di Ciaccia, curatore dell’opera e «profondo studioso di storia religiosa della prima età moderna», ne indica un’altra traduzione di un’opera federiciana: De ecstaticis mulieribus et illusis. Il volume, pubblicato da Xenia nel 1988, sembra puntualizzare sottilmente, secondo la scienza del tempo, il fenomeno mistico delle donne, soprattutto nelle claustrali, esaminandolo sotto l’aspetto «psico-fisiologico».

Questo scritto del Cardinale aggiunge luci ed ombre nella complessa personalità, soprattutto se si pensa che Federico Borromeo fu il biografo più attendibile di una mistica senese: suor Caterina Vannini. A questo proposito, il Borromeo, proprio per quanto riguarda i demoni e le apparizioni, scrive nel volume che presento: «[...] possiamo affermare che l’incursione e le infestazioni dei demoni sono manifeste proprio là, dove si conduce una vita più santa e pura. Lo dimostrano gli esempi dei monaci antichi, anche quando si trovavano in mezzo alla gente in città. Né tralascerei ciò di cui siamo venuti a conoscere in tanti anni trascorsi nella guida di questa Chiesa: quei monasteri delle sacre vergini dove fioriscono in sommo grado la santità di vita, la disciplina religiosa e tutte le virtù, sono infestati da malefici, incantesimi, strepito di demoni, tentazioni strabilianti: al contrario, dove la condotta di vita è più rilassata, quasi nulla del genere succede» (pp. 54-55).

Va ricordato qui, con una certa mia perplessità, che nel carteggio Borromeo-Vannini (conservato presso la Biblioteca Ambrosiana) mancano le lettere del Cardinale. Ho inteso tracciare una linea che ricostruisse o, almeno, desse una logica a questa personalità prettamente secentesca. Vorremmo terminare citando il cap. XX («Gli ossessi»), in cui il Cardinale afferma «l’esistenza dei demoni» (p. 122).

Il demone o «assedia e circonda il corpo dell’uomo», procurando così l’ossessione, o «entra nel corpo dell’uomo, vi abita, si serve delle sue membra facendogli compiere cose insolite», procurando la possessione (cfr. nota 1, p. 121). Il simbolo dell’ambivalenza bene-male, Dio-Satana può essere esemplificato nelle pagine riguardanti i licantropi: «Infatti», dice Federico Borromeo, «per astuzia del reprobo demonio, per la quale alimentano in perpetuo la guerra tra maghe e licantropi, i licantropi combattono di continuo le donne, e sferzano, uccidono, feriscono le maghe, atrocemente. Penso che in questa faccenda i demoni si servano di tale macchinazione, certamente per convincere i licantropi di avere a cuore la salvezza degli uomini e che quella vendetta [contro le maghe] è la preoccupazione di animi generosi [...]».

Giochi di immagini in uno specchio, sembianze che appaiono operando nell’occulto: non soltanto nella credenza secentesca, ma anche, e soprattutto nell’animo umano, fino ai nostri giorni.
Recensione
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