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Epistolari e memorie con Irwin Peter Russell

Il mio amico Peter Russell

Peter Russell con Giuseppina Amodei Furferi
all'ambasciata inglese
Peter Russell ricevuto dall'ambasciatore, 1999.

Non ricordo più come e per merito di chi nell'anno duemila mi sia messa in contatto con il poeta Peter Russell, già vecchio ed afflitto da mille acciacchi, e però vitalissimo come solo può esserlo una creatura spirituale, in continuo colloquio con il suo sé più profondo.

È vivissimo, invece, il ricordo del nostro primo incontro sempre nello stesso anno a Campobello di Licata (in provincia di Caltanissetta, quando si sperava in un trasferimento definitivo del poeta in Sicilia) in un elegante giardino privato di un qualche assessore del posto, in cui Peter mi andò elencando in inglese i nomi delle piante che vi crescevano ridendo di letizia con gli occhi di un blu brillante ed infantile, avendo già compreso come anch'io preferissi guardare più la flora che la “fauna umana”.

Poco più tardi scegliemmo una piccola trattoria dove mangiare qualcosa, visto che si era fatta l'ora di pranzo. Ma lasciammo raffreddare il cibo nei piatti senza quasi toccarlo, tanto ci lasciammo prendere dalla foga della nostra conversazione, in cui lui parlò della sua vita, raccontandomi episodi ora tragici (le esperienze in Birmania e Malesia, durante la seconda guerra mondiale; la fuga da Teheran nel 1979, dopo lo scoppio della rivoluzione islamica), ora felici (la giovinezza, la nascita dei figli) ora esilaranti (fra le altre cose, mi raccontò che, da giovane, aveva sposato una giovanissima donna africana seguendo un rituale secondo il quale, nella prima notte di nozze, era obbligato a possedere oltre alla moglie, anche tutte le sue amiche: “cosa che lo aveva sfibrato – commentò ridendo – come nessun'altra impresa mai”. Mi parlò anche dei suoi amici poeti, illustri (come Pound ed Eliot) o comunque noti, come di altri, magari poco colti, che gli erano ugualmente cari per la loro sapiente semplicità e affettuosità.

Ma soprattutto discutemmo di Poesia, intorno alla quale espresse concetti da me pienamente condivisi, che poi più volte riprese nelle sue lettere, come in quella inviatami da Pian di Scò il primo Gennaio del 2001. “Mi sembra che la mia strada conduca dalla semplicità all'armonia. Verso una cultura più alta e una apocatastasi di tutto ciò che abbiamo perduto. Sia dell'infanzia nel senso ontologico che dello spirito divino. Sono vicino a Maister Eckart e all'Iddio dentro di te di alcuni mistici del Giappone seicentesco. Come nel Samâdhi buddista, sono poco sconvolto dagli opposti. Si deve bilanciarli, Ma non cerco un programma, Tutto viene dallo Spirito (per me)”

Dopo quell'incontro gioioso, come Peter lo definì, ci scambiammo in pochissimo tempo, non solo una grande quantità di lettere (la sua scrittura, intanto, diveniva sempre più sghemba e indecifrabile a causa della cecità avanzante e dei tremori alla mano destra), ma registrazioni su nastro di concerti di musica classica, e articoli, consigli di letture, fotocopie, e soprattutto tutta una serie di osservazioni e correzioni man mano che procedevo nella traduzione di alcuni suoi testi poetici, in seguito confluiti in due raccolte: Living Death (edita da Paideia, Firenze, nel 2002) e Long evening shadows, per le edizioni “Il Foglio” nello stesso anno.

Per un confronto più efficace, lo andai a trovare a Castel Franco di Sopra, in una casa di accoglienza per anziani, nell'agosto del 2001. Fu un incontro oltremodo affettuoso, ma anche molto laborioso, perché non ci trovammo subito d'accordo sulla pratica della traduzione. Lui condivideva pienamente l'opinione di Walter Benjamin, secondo il quale “la vera traduzione è trasparente, non copre l'originale, non gli fa ombra, ma lascia cadere tanto più interamente dall'originale la luce della pura lingua” per cui “la versione interlineare è l'archetipo di ogni traduzione”; io avrei preferito, invece, una traduzione più libera. Naturalmente seguii la sua volontà, e Peter, assai soddisfatto delle mie prime traduzioni (molto affettuosamente ebbe a definirmi in una lettera del 7 ottobre del 2001 “perfetta traduttrice e perfetta amica”), mi affidò tutti i testi poetici scritti dal 2000 al giugno del 2002 (a cui risale la sua ultima poesia). Ma, come dissi nel mio intervento pronunciato il 9 marzo del 2003 nella Chiesetta di Pian di Scò (accanto al cimitero in cui è stato sepolto) dove, per commemorarlo, convennero da ogni parte d'Italia molti poeti (tra i quali Loi, Spaziani, tradurre i testi di Peter ha suscitato in me “una inesauribile meraviglia per la sua poesia, il che significa che non ho trovato né impalcature nella struttura, né retoriche bugie nei contenuti, quanto invece una sostanza che ha la capacità di rigenerarsi senza sosta e, quindi, il diritto di appartenere alla Storia delle Lettere”.

Molto significativo fu l'intervento della Spaziani, che, nel rimproverarsi una non adeguata attenzione alla poesia di Russell mentre era in vita, sembrò assumere su di sé quella noncuranza, se non proprio rifiuto, dell'ambiente letterario italiano in genere, dal quale, negli anni, gli erano giunte numerose promesse quasi tutte disattese e che gli procurarono amare disillusioni.

Un grande estimatore di Russell fu invece Franco Loi. Peter era così contento delle sue lodi che spesso mi inviava la fotocopia di alcune lettere di Franco, scritte, come di solito, con una vecchia Olivetti. In una di esse (le conservo tutte, insieme all'abbondante materiale che accludeva nelle buste), purtroppo senza data, Loi così gli scrive; “Sono d'accordo con te, come sempre, sul “trovare” e “invenire”. La poesia è “una fessura” nel reale, un luogo in cui le cose covano la “forma”, e il poeta sta sospeso nel vuoto di quel luogo, in reverente ascolto. È lì che si rende udibile il ritmo universale e la nostra voce si rafforza della voce cosmica”, e poche righe dopo: “Non c'è il dualismo, la frattura spirito-materia. Tutto è Uno”. E, se si rileggono le parole di Russell poco sopra citate, non si può non cogliere l'affinità tra i due, che poi si ampliava nel numero di tre, visto che io scrivevo ad ognuno di loro dell'altro, e loro di me, attuando quella circolarità di idee e di amore che è una delle forme più belle dell'amicizia; cosi Peter mi scrive nel suo italiano spesso imperfetto: “Tuo mondo è di mio mondo, e mio mondo è del tuo. Sapevo questo quando un anno fa lessi Samâdhi”, che poi è lo stesso libro che più piacque, fra i miei, a Franco.

Del resto, poco a poco, tutti i suoi amici poeti divennero miei (specie Leonello Rabatti, Antonella La Monica, Andrew Fisardi, Maria Pia De Martino e molti altri) e i miei suoi, e alcuni lo rimasero anche dopo la sua scomparsa.

Tutte le volte che ci siamo incontrati (solo tre volte purtroppo), Peter mi ha recitato alcune sue poesie, in piedi, a voce alta, con quella forte inflessione inglese che la caratterizzava, e sempre, ad un certo punto, veniva sopraffatto dall'emozione, come se rivivesse in modo totale l'esperienza intima da cui i versi erano scaturiti, tanto che finiva quasi con l'emettere dei suoni spezzati che sembravano singhiozzi. In quei momenti mi sentivo in imbarazzo e volentieri avrei asciugato le lacrime che gli inondavano gli occhi (tuttavia era bellissimo guardarli così umidi e pieni di bagliori, simili all'acqua del porto di Bristol, dove era nato nel 1921, di cui una volta mi aveva parlato), se non lo avessi sentito lontano, in un mondo altro, fatto di una Bellezza sovrumana; che poi era la sua origine e la sua meta, intravista in terra nelle splendide forme delle creature viventi di ogni regno, e in particolare nella grazia femminile.

Russell del resto, era un grande lettore e ammiratore dei poeti del Dolce Stil Novo (sulla cui origine anche islamica egli discusse in un articolato e interessante saggio pubblicato su Pomezia-Notizie l'11 novembre 1995), come di Dante, Petrarca, Swedenborg, il romantico Novalis, il filosofo Shelling che sostiene che “la bellezza è l'infinito espresso in forme fisiche”; e tutti gli altri scrittori che abbiano teorizzato l'Eros come emanazione di quell'Amore divino che “move il sole e le altre stelle”.

Così, egli parte da una creatura imperfetta quale sono io, e scrive tre poesie, due direttamente in italiano e una in inglese, in cui mi chiama “un angelo, una fanciulla eterna, oppure una canzone di Folquet, e ancora, Pujah, idol, mia cerva bianca; facendomi tremare il cuore di incredulità, gioia, gratitudine. Lui non sa, perché non glielo scrivo mai, che anche lui per me è sì un uomo, ancora bello anche se anziano, ma soprattutto una creatura sospesa tra umano e divino, che ora mi appare un fauno che sorride dietro gli alberi, ora una sorta di paesaggio interiore con i suoi laghi blu (gli occhi) e le belle nuvole soffici in cielo (i suoi capelli, la sua barba); ora un movimento senza tempo verso la gioia più cristallina che si possa immaginare. Insomma, lo idealizzo anch'io e mi piace farlo e cado in uno stato d'innamoramento.

Ma quando esco da questo incantamento, lui, il poeta che tanto mi piace, mi appare un uomo complesso e mutevole: ironico, acido a volte, intransigente con gli stupidi e i superbi, amante della vita e delle sue delizie (come i canditi di frutta siciliani che mi chiede di mandargli), grato con chi lo sostiene, desideroso di affermare la sua poesia: scrive a tutti (poeti, direttori di rivista, politici, critici) per essere pubblicato; anche se non in piena salute, va di città in città a recitare i suoi testi, ama conoscere persone nuove, non ha peli sulla lingua; ama, odia, non si arrende alle malattie; insomma vuole vivere, né del resto potrebbe essere altrimenti, se si considera come tutta la sua esistenza possa considerarsi un'interminabile avventura, da un continente all'altro, da un lavoro all'altro, dalla ricchezza alla povertà, sempre con la stessa dignità, sempre con la stessa voglia di sperimentare se stesso e gli altri e il mondo. E soprattutto legge ogni giorno con smania onnivora, lui che conosce almeno dieci lingue, e scrive moltissimo. E questa sua ridondanza entra come un fiume nella sua poesia; accade a volte che nello stesso testo più toni si mescolino e che tra una parola e l'altra si intersechino molteplici rimandi culturali, così da stratificare il senso, e certi giochi sonori, che purtroppo si perdono nelle traduzioni, sorprendano e pongano di fronte a delle ambiguità interpretative.

Certamente Russell fu una persona geniale e proprio per questo (i geni, infatti, non imitano nessuno, non fanno parte di nessuna scuola, se ne fregano degli schemi, del tempo e anche dello spazio) è stato poco capito.

Tantissimi hanno scritto sulle sue opere, ma il successo pieno non è mai arrivato, anche se di questo Peter ancora oggi sarebbe contento, ben consapevole di non essere un poeta popolare, nonostante la chiarezza del suo dettato, spesso scambiato per facilità. E si veda invece com'egli sappia coniugare la classicità (metri e ritmi) con la modernità, sempre fedele all'osservazione critica dei fatti, della politica, delle tante ingiustizie sociali.

Noi tutti che l'abbiamo conosciuto non l'abbiamo certo dimenticato. Ne è testimonianza questo pesante volume (intendo che ha peso, in entrambe le accezioni) curato con infinita pazienza e amore da Wilma Minotti Cerini che ha conosciuto la gioia di averlo come amico. Devo pure confessare che averlo tra le mani mi ha suscitato tante emozioni: sorpresa, gioia, ammirazione per la pazienza e la tenacia di Wilma, ma anche una specie di rimorso, perché tante volte avevo progettato di fare un lavoro simile per rendere omaggio a lui e alla nostra amicizia e poi ogni volta avevo rimandato.

In questo volume possiamo trovare quasi tutto quello che è necessario: biografia, poesie, interviste, saggi, recensioni, prefazioni, foto, bibliografia. Mancano i testi (da me curati e tradotti) di Long evening shadows pubblicati dalle Edizioni Il Foglio nel 2002 e tutte le poesie più recenti che non so se siano mai state tradotte e da chi. Ma chissà che a questo possa aggiungersi un altro volume. Russell è stato un autore molto prolifico ed è oggetto di studio in diverse università inglesi ed americane, per cui, forse, sarebbe impossibile riunire tutto ciò che è stato scritto sulla sua attività di scrittore.

A chi mi chiedesse, non avendo mai conosciuto la produzione poetica di Peter, da cosa dovrebbe cominciare per comprenderne la grandezza, non avrei alcun dubbio nel proporgli la lettura di un poemetto, pubblicato all'interno della bellissima raccolta Poesie del Valdarno (Pietro Chegai Editore) del 1999, che ha titolo “Albae Meditatio”, in cui un originale amalgama di cultura orientale ed occidentale da vita ad un intenso e commovente lirismo. Su di esso sono ritornata più volte, riprovando sempre lo stesso stupore, la stessa ammirazione: sarà la luce che intride i versi, e la leggerezza e insieme la profondità dello stato contemplativo, e, come scrive Loi nella prefazione, “il corposo farsi gioia dello Spirito”, sarà che la poesia, quando è grande, ci precipita in una dimensione che spalanca il cuore al mistero, ma sicuramente chi si mette in ascolto di questi versi si fa protagonista di un'esperienza straordinaria dello Spirito.

Recensione
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