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N.O.F. 4 Centottantadue metri di follia

Non conoscevo la storia di Nannetti Oreste Fernando, e perciò, adesso, dopo avere letto l'opera di poesia teatrale a lui dedicata dalla scrittrice Mariagrazia Carraroli, percepisco con emozione l'ingresso di una nuova figura d'artista, meravigliosamente “deragliato” dal solco come l'etimo stesso suggerisce, nel mio immaginario.

E' stato, devo ammetterlo, un incontro di quelli che si definiscono fatali, perché Nannetti, o N.O.F. 4 (come si era convenientemente ribattezzato in un luogo, il manicomio, in cui i nomi vengono spezzati per una più totale combustione delle individualità) assomma dei tratti caratteriali che enfatizzano quella linea di confine lungo la quale viaggia la poesia: immaginazione, oltrepassamento del reale, consapevolezza di una dimensione invisibile da cui si torna quali stralunati viaggiatori. E certamente interesserà a pochi, e tuttavia voglio egualmente dirlo, che era una mia abitudine frequentare i matti internati nel manicomio di via Pitrè, a Palermo, e che da essi ho imparato moltissimo.

Nannetti, dicevo, enfatizza tutto questo, diventando di volta in volta romanziere di storie fantascientifiche, dipintore di scene surreali, inventore di un nuovo improbabile esperanto che ingloba finanche certi caratteri diremmo cuneiformi, l'ispirato che, davanti a un muro, lo abbatte idealmente rendendolo vivo, palpitante di pensieri, misteri e figure fiabesche.ì, il sognatore che esplora lo spazio a bordo di un 'astronave.

Nannitti è un incontro fatale, anche perché con brutale dolcezza fa sì che ciascuno di noi osservi se stesso, che con lui e per mezzo di lui “legga” il labirinto della propria psiche appena intuita soltanto nei sogni.

La veste teatrale della narrazione poetica della Carraroli non solo ha il merito di rendere comune la vita straordinaria del Nannetti, ma di denunciare la terribilità di un'istituzione (che a lungo ha operato con crudele ignoranza) attraverso la figura del Coro in cui gli internati si fanno consapevoli del dramma che si consuma sui loro corpi e nelle loro menti, e finalmente, sia pure collettivamente, parlano.

La figura dell'infermiere ha, invece, il compito di raccontare la vita e le abitudini del Nannetti, ma anche le regole della struttura manicomiale. La sua voce è piuttosto piatta, come se nulla di quello che dice davvero lo riguardi; e, infatti, la sua è la testimonianza di un operatore senza intelligenza dei fatti, quasi istupidito da pratiche quotidiane, da ritmi assolutamente ripetitivi e senza misericordia; quella parola anch'essa incisa sul muro non si sa da chi e che, se pure storpiata, assume la forza di un'invocazione fortissima, che non finisce mai di risuonare nel nostro orecchio.

Anche perché i testi della Carraroli fanno musica e anche questo è un dolce inganno della poesia, che sa triturare il dolore, impastarlo con la sostanza cantante delle parole, e trasformarlo in una bella polvere d'oro che sa incantare, nonostante i temi affrontati.

Non era facile affrontare un argomento così spinoso, una realtà tanto a-parte da essere ignorata da quasi tutti quando ancora esistevano quei: manicomi. Nel medioevo i folli venivano allontanati dalla comunità e imbarcati su delle piccole navi, lasciate al capriccio delle onde, così che nessuno sapesse più della loro sorte. La qual cosa mi ricorda eventi più che attuali (ma questa è un'altra storia – o la stessa?)

Il tema resta quello della diversità che fa paura, che viene segregata, osteggiata; e, quindi, dell'indifferenza che la circonda, ieri ed oggi. Infatti il muro di parole e numeri e disegni, tracciati con ostinazione dal Nannetti, si sta poco a poco sbriciolando e le fotografie di Luciano Ricci, che illustrano il libro della Carraroli, vogliono essere, insieme alle parole dell'autrice, un altro strumento di testimonianza e di salvaguardia di una storia che deve appartenere a tutti, perché unica e irripetibile.

Recensione
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