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Prefazione a
Più che altro ...amore
di Guido Martini

Editrice Il Torchio,
Padova 2009, pp. 52.

Franca Alaimo

L’amore “cortese” nella poesia di Guido Martini

La lettura delle poesie di questa raccolta rimanda ad un tòpos proprio della letteratura cortese, che ha attraversato, pur con sottili quanto inevitabili variazioni d’accenti, la storia della letteratura amorosa europea fino al recentissimo “Amor de lohn” del poeta polacco Gabriel Olearnik, il quale sceglie come titolo della sua raccolta poetica proprio l’espressione coniata dal principe e poeta Jaufrè Rudel, vissuto tra il 1125 ed il 1148.

Aderendo a tale fortunatissimo quanto paradossale tòpos amoroso, Guido Martini canta l’esperienza dell’amore come una tensione costante verso una “dama” lontana ed irraggiungibile, nutrendosi, come Rudel, delle uniche gioie d’amore concesse dal sonno, inteso come e-stasi, in cui l’oggetto lontano è tuttavia goduto proprio in virtù dello scoloramento dell’elemento spazio-temporale che ne caratterizza le magnifiche visioni; tanto è vero che la maggior parte dei versi evocano atmosfere notturne, dominate dal debole quanto misterioso e seducente chiarore della luna, più che adatta a suggerire vagamente un luminoso volto femminile e a favorire il fiorire dei sogni o delle evocazioni fantasmatiche ad occhi aperti, nelle quali spesso appaiono luoghi di incredibile bellezza, incontaminati e ricchi di fiori, quali rose, glicini, anemoni e magnolie. A volte questo luogo incantevole si identifica senza ombra di dubbio con il Giardino per antonomasia, e cioè con quell’Eden in cui l’amore di Adamo ed Eva, prima della caduta, fu del tutto innocente e privo di qualsivoglia tristitia, come a volere alludere ad una situazione amorosa perfetta ed a-corporale, in cui l’unico elemento sensuale è il profumo, la sola percezione sensoriale che riesca, per assurdo, inebriando, a trascinare fuori dalla dimensione fisica (tanto che un antico popolo venerava un Dio-naso).

Tra i luoghi immaginati come magnifici scenari dell’incontro c’è anche la città romantica per eccellenza che è Venezia, molto amata e frequentata dallo scrittore, dove la “dama” appare e dispare, tra calle e canali, tra tremori d’acque e riflessi bruni di pietra.

Ma, come accade proprio in Rudel, il vero “corteggiamento” della “dama lontana” si realizza attraverso la scrittura, nei componimenti che Guido Martini le dedica, e sempre tenendo presente che la sua non è una pratica arcaica, poiché in qualsiasi contesto sociale, dai poeti provenzali alle e-mails e ai messaggini sui telefonini dei romanzi post-moderni, è sempre essa a costituire lo strumento privilegiato del corteggiamento, dimostrando così la sua vitalità resistente perfino alla scomparsa di altri riti amorosi.

L’avventura immaginativa, che l’amor de lohn nutre senza sosta ammantandolo di una tristezza senza dolore, attonita e delicata, permette all’autore di inserire nei versi, indirizzati alla “dama lontana” una serie di godibilissime situazioni fortemente ossimoriche, quali: “e io ti abbraccio, così come sei | di quel calore che non brucia”; “Dalla tua voce | inizia il mio silenzio: | un gorgoglio di vita”; e ancora: “Aspettando, e basta, | col tuo tatuaggio in bianco”, sempre all’interno di un linguaggio di suggestiva levità, che evita suoni duri e toni troppo realistici, capace di ricamare la continuità di uno stato psichico di contemplazione.

Eppure c’è in Guido Martini una novità rispetto a quant’altri abbiano sposato l’ideale amor de lohn, perché, approfondendo la lettura dei versi, si può scorgere la presenza di un’altra figura femminile amata, non certo una donna-schermo di dantesca memoria, ma nientemeno che la poesia stessa, anche lei personificata in una donna che giunge improvvisa da luoghi lontani, che suscita come l’altra, incanti e fioriture di parole; anzi, proprio lei, la poesia, sembra essere il trait d’union con l’amata in carne ed ossa, ma irraggiungibile, la quale suscita in Guido emozioni che si rivestono subito delle parole suggerite dalla poesia. Si assiste così all’inverarsi di un rapporto triplice: l’uomo-poeta, la poesia, la donna-poeta, all’interno del quale è il canto a intrecciare i fili dell’immaginazione, la comunanza della stessa “dolcissima ossessione”.

Che il canto sia la sostanza segreta di questa raccolta è più che evidenziato dalla qualità musicale dei testi poetici che la compongono, tutti in versi liberi (e però spesso obbedienti alle misure dei ritmi classici), tersi e ben levigati, (talvolta legati da vere e proprie rime, anche interne, oppure da assonanze e consonanze) in cui ritorna la figura retorica di suono per eccellenza che è l’allitterazione. Se ne citano alcune: “Trattieni ancora | il respiro | in questa sera, | e non parlare”; “ho messo un mazzo | d’anemoni sul letto”; “Tra le foglie che sfarfallano”, e in particolare quelle che si rincorrono nei quattro versi che compongono la prima poesia della raccolta e che mi piace citare per intero: “Volo gabbiano | sul giallo ingrigito | di un’alba di pioggia: | già mi manca il profilo del sole.”

Adesso, in quanto mi pare non solo uno dei testi più belli e compatti e musicali della raccolta, ma soprattutto uno dei più esemplificativi dello spirito che l’anima, mi piace commentare la poesia che il lettore può trovare a pag. ***, “Le stelle”. Innanzitutto il tempo è quello notturno (così ricorrente, come si diceva all’inizio di questa presentazione), illuminato da “una falce di luna lucente” e da piccole stelle che s’immaginano cadere in grembo alla donna amata (e in qualche modo il verso ricorda la caduta leggera dei fiori di melo sul grembo della musa di Petrarca, la bella Laura evocata in “Chiare, fresche, dolci acque” ) e trasformarsi in tanti versi: ecco, dunque, che l’amata si rivela pure lei scrittrice di versi, ispirando, a sua volta, l’autore che scrive appunto questo testo e che afferma, fra l’altro, di sé : “Ti son capitato, così, tra le dita | come tenera argilla. | Mi sono lasciato plasmare a modello”, in cui il poeta sembra alludere al doppio incontro con l’amata e la poesia stessa, sovrapponendole in qualche modo.

Molto interessante sono ancora i due versi finali (due novenari) : “La notte diventa una culla | ed io mi risento bambino.”, che aggiungono una sfumatura importante al dire del poeta, perché la notte viene sentita freudianamente come un utero materno (ne è simbolo la culla), il primo, affettuoso buio; e, dunque, la donna-luna, la donna-poesia diviene l’ispiratrice di un amore arcano e primordiale in cui sprofondare senza difesa (“Mi sono lasciato plasmare”) come un bambino, “come tenera argilla”.

Così si afferma, nella poesia di Guido Martini, la centralità della figura femminile nei suoi molteplici aspetti di madre, amica, donna ideale, e Musa stessa della poesia, una sorta di archetipo mentale da cui sgorgano ricordi, sogni, speranze e anche soavi tristezze, allorquando qualcosa lo incrini, spezzando l’armonia che attraverso lei il poeta cerca e ricama con le proprie parole.

21 Agosto 2009

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