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Presentazione a
Indagine postuma

Franca Alaimo
Venerdì 1 Febbraio 2008
Palermo, Palazzo Petix

Quando c'è con l'autore, in questo l'autrice, di cui si è chiamati a parlare un profondo rapporto d'amicizia, come quello che è diventato ed in gioiosa fretta il nostro, ci si può, forse, sentire imbarazzati nel costringersi a dimenticarne gli aspetti usuali ed ordinari e piegare le parole e il giudizio all'immagine ideale che chi scrive poesie tende a dare di sé, innalzandosi dalla sua quotidianità in certi casi opaca; ma questo sentimento mi è sicuramente estraneo in questo momento; perché posso affermare che, più conosco Francesca Simonetti, più apprezzo la perfetta corrispondenza tra il suo fare all'interno della vita quotidiana e dei rapporti con gli altri e del nostro difficile tempo e il suo fare dentro la scrittura.

Con ciò voglio dire che la qualità che la contraddistingue, e che costituisce allo stesso tempo la radice della sua scrittura, è quella sincerità propria di chi vuole porsi come autentico e libero testimone di fronte agli accadimenti della cronaca e della Storia come anche di quelli privati; percepiti questi e quelli non come segmenti separati ma come elementi concomitanti e strutturanti lo stesso sentire e, quindi, il dire. In altre parole, non è che, leggendo le sue poesie, si possa affermare: queste sono private e queste altre sono civili, perché il movimento dalla sfera personale a quella temporale e storica e viceversa è fluido e continuo: infatti, il sentire individuale è sempre modificato dalla riflessione sulle cose pubbliche e quest'ultime pro-vocano intime reazioni etiche e fuochi d'ira commista a possibili utopie.

Francesca è viva nei suoi versi a 360'; non c'è nulla che sfugga alla sua attenzione, che non la com-muova, che non la modifichi, e non c'è emozione privata che non si riversi sulla carta e non si faccia voce poetica indirizzata ad e-ducare. Per questo motivo non c'è poesia nei suoi libri che non costituisca un tentativo di trasformazione, di purificazione, di ascesi di sé e del mondo. La Simonetti, come scrive Paolo Ruffilli nella bella prefazione all'auto-antologia Nei meandri del tempo (che raccoglie quelle che la stessa autrice giudica le sue più significative prove), "è ben consapevole della particolare condizione di chi vuol farsi poeta, portatore di parole e di messaggi, pur riconoscendo esauste, ma non esaurite, le risorse comunicative dell'uomo contemporaneo."

Francesca, anzi, ha così tanto da dire che ormai la pratica della poesia è diventata una soavissima ossessione quotidiana: lo testimoniano sia le molte conversazioni private al telefono con la sottoscritta intorno a poeti e poesie, libri ed esercizio critico, sia il fatto che ultimamente ha dato alle stampe un libro all'anno (e talvolta più di uno, molti dei quali pubblicati con la casa editrice Thule diretta dal qui presente e comune amico Tommaso Romano) e che ha voglia di continuare a farlo.

Questa abbondanza, questa piena di sentimenti ed idee è visibile, anche, nella struttura stessa delle sue composizioni poetiche. Aprite a caso ii libro ultimo Indagine postuma (e non solo questo) e vi renderete conto che quasi tutte le poesie si sviluppano in un unico periodo, più o meno lungo, più o meno singhiozzante di pause, di arresti frequenti, per citare il titolo di un testo di Deguy, spesso attraverso lo stesso vezzo segnico del trattino usato da Emily Dickinson, una delle poetesse preferite da Francesca Simonetti. E vi accorgerete anche che, e cito ancora il poeta Ruffilli, che "questo reticolo di ostacoli anche minimi, di raccordi o deviazioni improvvise, di condensazioni o rarefazioni, entro uno spettro in cui chiarezza e complessità fittamente si intrecciano, tende a comporsi in una unità profonda", unità testimoniata non solo, come poco fa si è detto, da quel suo dire che fluisce dall'inizio alla fine della poesia, finalmente conclusa con il punto fermo, più per obbligo sintattico, però, che per arresto del pensiero, ma anche dal ricorrere, come bene ha detto Francesca Luzzio, nella sua prefazione a Indagine postuma di nodi lessicali e al tempo stesso tematici, come agguato, guado, meandri ed altri, che finiscono con il dare al corpo poetico della Simonetti una qualità poematica.

Io penso alla poesia (e volutamente ricorro ad un famoso passo del Vangelo) come ad una grande rete gettata nel mare degli eventi nell'attesa di una pesca miracolosa, e probabilmente voi in questo momento starete cercando una connessione tra questo episodio e quanto ho detto della poesia, e in particolare di quella della Simonetti. Forse Sara più facile trovare subito tale punto di connessione a chi fa poesia, e in questa magnifica sala vedo con piacere molti poeti miei amici. Voglio dire, insomma, che ogni vero poeta, scrivendo, fa una pesca miracolosa, perché cattura dalla realtà, tutto ciò che guizza sulla sua superficie opaca o che vive segretamente vitale nelle sue profondità e lo mostra agli altri che non hanno saputo vedere, che erano distratti e come ciechi e sordi prima che il poeta li costringesse a vedere e sentire. O, se volete, posso ricorrere ad un'altra metafora ancora legata alla prima ma forse più chiarificatrice: il poeta è uno che getta esche generosamente nel mare della realtà e della sua interiorità attendendo con pazienza ed amore che la verità si riveli, che salga dai suoi nascondigli e si manifesti.

In questo senso vanno lette certe definizioni della poesia disseminate nei versi di Indagine postuma: questo doppio moto del gettarsi dentro e poi risalire è ben detto da due versi "In esubero eventuale": "eco per gli abissi siderali o pianto che sale dagli abissi?", e ancora in "Bora di Tracia": "l'arco che si tende dal buio alla luce anticipando un archetipo d'amore". Il fare poesia è dono così amato da Francesca da essere cantato in moltissimi testi, il più significativo dei quali a me sembra essere "Nove piccole statue" (che potete leggere in L'essenzialità della speranza, edita da Thule nel 2003, p. 45) in cui l'autrice dichiara di avere forgiato nove piccole statue che la guardano come animate, stupite d'essere al mondo, mentre intanto ella vede le proprie mani verdastre come l'argilla impastata: la Simonetti – è cosa evidente – ripete con queste immagini l'atto della creazione divina: con l'argilla, infatti, così come Dio fece Adamo, ella dà vita a nove corpi animati che sono quelli delle Muse. Le conseguenze teoriche sono queste: l'uomo ha la facoltà divina di creare attraverso l'arte; ma, per farlo, deve affondare le mani nella materia del mondo, tastarla per poi trasformare ciò che è vile in qualcosa di sublime. Il fatto che sia lei a crearle, come se prima di lei le Muse non siano mai esistite, mette in luce, inoltre, l'individuale rapporto tra la poesia e il mondo proprio di ogni poeta: infatti il mondo può stare tutto dentro una bolla di sapone così come sullo scudo d'Achille.

Certo per Francesca non è facile tenere gli occhi aperti sulla realtà e mantenere intatta la speranza: la prima, infatti, ha spesso la consistenza di un macigno, la laida viscosità del fango, la terribilità del male che si dispiega in tutte le sue forme; ma la speranza sa pure validamente difendersi con lo scudo della Fede religiosa, con la vertiginosa ampiezza dell'amore: da questo scontro ha origine quella impressione generale di forza, coraggio e drammaticità che accompagna la lettura dell'opera poetica della Simonetti, La sua purezza di ideali, la sua forza verbale, la sua volontà di resistenza, la sua denuncia senza paura del male fanno di lei una sorta di antica virgo (che come sappiamo ha una comune radice latina con vir, cioè uomo) o di profetessa, o, ancora, la pongono a fianco di quei personaggi femminili fieri e drammatici ricorrenti nella mitologia come nella tragedia classica.

Con quanto coraggio Francesca guardi dentro i tanti mali dell'uomo lo si comprende più a pieno se si isolano certi versi che costituiscono quasi delle sferze morali, quali: "perché l'uomo non sa più pregare | ma soltanto uccidere o tramare"; (e quel perché non domanda ma conclude un ragionamento). L'editore Carello scrive così sulla quarta di copertina di Indagine postuma, (i cui testi – è doveroso dirlo – sono tradotti in inglese da Antonietta Core): "Mai qualunquista, sicura come una statua della Madonna, quella di Guadalupe di cui scrive, sempre in tensione".

Non vorrei comunicarvi, però, una sorta di distanziante timore nei confronti della nostra autrice: in lei tenerezza e forza sono dosate in parti eguali. La sua femminilità viene fuori viva e intensa nei versi che rievocano il tempo dell'infanzia e della giovinezza, o che descrivono certe dolci e sfumate cromie di cieli e mari, o che danno voce e al suo trepido orgoglio di madre e all'intenso senso dell'amicizia e dell'amore. Ci sono poesie come la già citata "Bora di Tracia" che mettono in campo fierezza e dolcezza spartendosi equamente spazi e lessemi. (leggere, p. 16). La poesia costituita, infatti da ventotto versi, dei quali i primi tredici sono caratterizzati da suoni aspri e forti anche e gli ultimi tredici da suoni "dolci, pacati e rasserenanti", giusto per usare alcuni aggettivi dell'autrice stessa, mentre gli altri due versi, quelli centrali, fungono da cerniera: un bell'esempio di scontro-incontro risolto nel canto. In ogni caso, infatti, qualunque sia l'argomento trattato, il lettore non potrà non udire la bella musicalità della tessitura poetica creata dalla Simonetti e, per apprezzarla maggiormente, potrà fare questa prova: leggendo, si sforzi di ignorare il significato dei testi e si concentri soltanto sui significanti: ne ricaverà un'impressione di onda sonora seducente che non lo sottrarrà ad una sorta di incantamento. Ve ne offro un piccolo assaggio. Leggendo alcuni versi da "D'Indaco" (leggere, p. 44).

Un'ultima cosa voglio dire e mi affretto ormai a sciogliervi dall'attenzione nei miei riguardi, di cui vi ringrazio, che tutta la produzione poetica di Francesca s'inscrive all'interno di un sentimento del tempo che cresce, anno dopo anno, libro dopo libro, su se stesso arricchendo la memoria che lo custodisce come in una sacra teca. Da dove è possibile sfilarli ritrovandoli in tutta la loro vivezza, ma ogni volta con un'emozione in più che viene dalla nuova prospettiva con cui li si osserva e dal rapporto sempre diverso che annodano con il presente. In questo modo il passato (e non solo quello personale, ovviamente) si mostra non imbalsamato una volta per tutte, ma partecipe di un continuo farsi the e proprio della scena della vita e della radice stessa della poesia, e scusatemi se queste ultime parole costituiscono un'auto­citazione dalla postfazione all'antologia: Nei meandri del tempo a ritroso, in cui dico molte altre cose sulla poesia di Francesca. Qui non le ho ripetute per non annoiare me stessa e quanti abbiano già avuto l'occasione e la voglia di leggermi.

A questo punto non mi rimane che ringraziare voi tutti qui presenti, ma soprattutto Francesca che con la sua poesia testimonia che ciò che è bello è bene e ciò che bene è bello, secondo l'ideale greco del kalòs agaoòs, segno questo dell'impronta così importante che il mondo classico, interpretato e illuminato dalla dottrina etica del Cristianesimo, ha lasciato nella sua formazione culturale.

Venerdì 1 Febbraio 2008, Palermo, Palazzo Petix

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