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La divina proporzione in Rafael Alberti

Rafael Alberti, A la divina proporción


A ti, maravillosa disciplina,
media, extrema razón de la hermosura,
que claramente acata la clausura
viva en la malla de tu ley divina.

A ti, cárcel feliz de la retina,
áurea sección, celeste cuadratura,
misteriosa fontana de mesura
que el Universo armónico origina.

A ti, mar de los sueños angulares,
flor de las cinco formas regulares,
dodecaedro azul, arco sonoro.


Luces por alas un compás ardiente.
Tu canto es una esfera transparente.
A ti, divina proporción de oro.

Alla divina proporzione


A te, meravigliosa disciplina,
media, estrema di bellezza ragione
che fulgida rispetta la prigione
viva in tua trama di legge divina.

A te, cella alla retina felice,
aurea sezion, celeste quadratura,
misteriosa sorgente di misura
che d’Universo armonico è radice.

A te, mare dei sogni angolari,
fiore alle cinque forme regolari,
dodecaedro azzurro, arco sonoro.

Sfoggi per ali un compasso ardente.
Il tuo angolo è sfera trasparente.
A te, divina proporzione d’oro.

(Traduzione di Angela Ambrosini)

Nelle Poesie dell’esilio e dell’attesa (Poemas del destierro y de la espera,1935-1975), opera di gestazione quarantennale legata al lungo esilio del poeta a seguito dell’ avvento del franchismo, Rafael Alberti ci sorprende con un’ode dedicata alla sezione aurea, A la divina proporción, probabilmente scaturita dalla lettura della Divina proportione di Luca Pacioli (Venezia 1509) corredata dai disegni dei cinque solidi platonici di Leonardo da Vinci. Non a caso il poeta dedica alla “divina proporzione” un sonetto, forma poetica rinascimentale simbolo per eccellenza di perfezione metrica lucida e ragionata su parametri matematici non solo nel computo sillabico dell’endecasillabo, ma anche nello schema prosodico in seno a ogni verso (accento secondario su quarta o sesta sede e primario sulla decima sillaba), schema che l’Alberti rispetta in modo tenace (e che noi con qualche accorgimento abbiamo cercato di mantenere nella versione italiana).

Per di più, la somma totale di 14 versi fa del sonetto il genere lirico che meglio di qualunque altro si attaglia a questo tema matematico che proprio in Italia ebbe dignità di saggio dal Pacioli. Il poeta invoca il numero aureo, il “phi”, tramite l’uso della seconda persona ripetuta in anafora all’inizio di verso per quattro volte e che in spagnolo presenta una forte assonanza con l’oggetto stesso dell’ode (in a ti riecheggia il “phi”, eco purtroppo non riproducibile nell’italiano “a te”). Rivolgendosi alla divina proporzione d’oro come a una divinità, l’Alberti deliberatamente la isola nell’ultimo verso a rimarcarne la maestà, così altera da richiedere il sacrificio di una “prigione”, una “clausura” religiosa per poter esprimere al meglio la perfezione della propria legge nella quale si annulla l’antifrasi tra ragione e bellezza. E tale “clausura” risulta, per mezzo di un enjambement di fulmineo effetto concettuale, viva e creativa, proiettata nella legge universale. Il ritmo insistito delle allitterazioni (claramente acata la clausura- sección celeste cuadratura) (in italiano sacrificate al senso dei lessemi), sottolinea l’armonia insita nella legge matematica, armonia palpabile e vivida nel numero aureo e tale da investire ogni ambito del sapere umano, non solo matematico e geometrico, ma anche figurativo e musicale.

Al riguardo, il parallelo, sapientissimo intrecciarsi di sinestesie (sogni angolari - compasso ardente - arco sonoro- dodecaedro azzurro) rende con plasticità, nell’immaginazione di chi legge, la poliedrica, versatile, onnipresente regola matematica, applicabile non solo a tale disciplina scientifica. Si noti al riguardo infatti la voluta ambiguità polisemantica con cui gioca l’autore (impossibile da proporre in traduzione) ricorrendo al termine compás, che al valore di “compasso” somma anche quello di “ritmo” musicale, annodando musica e scienze matematiche, e alla parola canto che non significa solo “canto”, ma anche “angolo” in senso geometrico e potrebbe pertanto evocare, nella sezione aurea, l’angolo al centro corrispondente al lato del decagono inscritto nella circonferenza. L’incisiva espressione cella alla retina felice pare inoltre esaltare simultaneamente, in senso metapoetico, la disposizione ottica del sonetto nel lay-out della pagina, l’effetto visivo che la divina proporzione produce nella armoniosa disposizione delle forme non solo geometriche, ma anche tipografiche.

Sembra riaffiorare in questi versi dell’esilio la primigenia ispirazione poetica degli anni venti che fu non solo dell’Alberti, ma di tutti i grandi poeti della cosiddetta “Generazione del’27” iberica: la celebrazione di una “poesia pura”, tesa cioè a celebrare, mediante la metafora, l’oggetto del proprio canto senza inutili interferenze soggettive, sentimentali, retoriche. La ricerca della “purezza” letteraria additata dal poeta francese Paul Valéry che rimarcava la necessità di una “poesia pura, chimicamente” sembra essere qui parafrasata nella volontà di perseguire una poesia pura, “matematicamente”. E su ogni verso aleggia la presenza ben decifrabile, la rarefatta concretezza (tanto per usare un ossimoro, figura retorica così cara al Secolo d’Oro) del grande poeta barocco Luis de Góngora, principe della metafora, al terzo centenario della cui morte, nel 1927, si deve la denominazione ufficiale di questa generazione poetica che oltre a Rafael Alberti e a Federico García Lorca, tanti altri nomi di dirompente icasticità ha scritto nella storia della letteratura spagnola contemporanea.

Pubblicato nel Bollettino on-line del Centro Lunigianese Studi Danteschi
n. 152 - giugno 2019, pp. 16-17

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