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Luce e amore

Il percorso della spiritualità  in Emanuela Ballotta e José Maria Valverde

Traduzione italiana dei versi
di José Maria Valverde
a cura di Angela Ambrosini,
pp. 47-50
.

L’alfabeto della creazione risillabato in versi di robusta tensione religiosa, un rinnovato Cantico delle creature che di San Francesco ripropone la gioiosa accettazione di un disegno cosmico: “Signore della Gioia, / tutto hai creato per me, / per farmi felice …” (Signore e Re delle cime più alte da Cercando il Re dei Re, 2012). L’ampia produzione religiosa, o meglio, forse dovremmo dire, la cosmo teogonia in chiave lirica di Emanuela Ballotta, è sfida aperta alla visione scientista di un universo esperibile, in un’ottica che è tutt’altro che beata o passiva accettazione acritica della storia del mondo e della vita, se è vero che la croce è al centro del cuore della poetessa (Un fiore aperto, da I sentieri delle stelle, 2004), o se la venuta del Cristo le devasta il cuore (La tua venuta, ibid.).

L’impronta divina del creato svolge un ruolo didascalico nella sua poesia, affrancata, ciò nonostante, in egual misura, da una lettura sia devozionale che sentimentalistica. L’invito tutto francescano al laudate et benedicete mi’ Signore et ringratiate, si snoda attraverso un’incalzante spirale di anafore lessicali e sintattiche che costituiscono l’ossatura strutturale dell’ispirazione poetica della Ballotta, imprimendole un ritmo arioso di litania salmodiante in tenace connubio di forma e contenuto. Valga come esempio la lirica Urlare l’amore (da ibid.) nella quale il verso Urlare l’amore per Te si ripete in parallelismo in apertura di ognuna delle cinque strofe. Analogo procedimento accumulatorio ricalca lo stile nominale che sovente scandisce le poesie con un climax ascendente o, come nel seguente caso, discendente (“ogni croce celtica, / ogni antica rupe, / ogni muro profumato di secoli, / ogni filo d’erba …. Chiesa di Santa Begnet e Castello di Goat, da Cercando..cit), ma sempre teso a glorificare la grandezza divina, consegnandoci, nel contempo, una scrittura poetica di pregnante connotazione visiva anche e soprattutto quando si riferisce, come nei versi succitati, al paesaggio e alla temperie spirituale dell’Irlanda. Sembra anzi che proprio dei sensi, e in particolare della vista, si avvalga la nostra poetessa per tradurre fisicamente categorie spirituali o atemporali altrimenti di ardua comprensione per la mente umana: “Gli anni passano, / come stelle incandescenti / viaggianti per la Via Lattea, / come perle incastonate / in collane di luce”. (Come stelle incandescenti, da Lacrime dell’Arpa Celtica, 2009). Tuttavia, come è logico che sia in un siffatto percorso di spiritualità, il martellante appello alla materia, elemento principe che plasma l’Universo conosciuto, non è mai colluso con il materialismo, trasfigurandosi, per l’appunto, in una superiore categoria dello spirito. È proprio questo difficile gioco di equilibrio tra i due poli opposti a sostanziare la poesia di autentica ispirazione religiosa, come nel caso del poeta spagnolo José María Valverde, maturo esempio di moderna poesia nel solco del misticismo. In Valverde, e con particolare enfasi nella produzione giovanile di Uomo di Dio: Salmi, elegie e orazioni, 1945, il costante ricorso ai sensi (che ha una lontana ascendenza nella tradizione metafisica di certo barocco spagnolo), assume la duttilità e la duplicità di un costante afflato verso Dio, come nei bei versi tratti da Salmo delle rose (da op.cit.): “Oh rose, fedeli rose del mio giardino a maggio; / di già venite, come sempre, a dare riposo alla mia angustia / a riprova che Dio non mi dimentica. /…/ Tengo il conto dei miei anni con l’avvicendarsi delle rose. / Di rose ripetute, di eternità di rose / che mi rincuorano dicendomi che il Signore è sempre ben saldo”.

Tuttavia a volte questa correlazione vivifica e vivificante tra sfera sensoriale e sfera spirituale, s’incrina nel timore di un improvviso spegnersi del cosmo: “In fondo al vostro cuore, / non temete forse che le cose / possano essere d’improvviso seppellite nel / nulla?” (Salmo della mano di Dio, da op. cit.). Uguale timore, sotto forma di supplica, esprime la nostra poetessa: “Re e Signore di tutti gli universi / non abbandonarci negli abissi del nulla / rinnovaci con una nuova creazione” (Ferite di luce, epifanie di gioia, da Cercando…cit), nella fede incrollabile di un eterno ri-crearsi dell’universo, sempre foriero di nuova vita per l’uomo. Così totalizzante e indissolubile è nella Ballotta il legame uomo-cosmo-Dio, che persino nella sua stessa scrittura poetica l’autrice percepisce fluire la parola divina: “La poesia scorre / rovente nelle mie vene, / bruciante come il cuore delle comete /…/ Immagino e sogno / liriche infinite / soltanto se mi guida la tua mano, / ma non so creare / neppure un verso / se Tu non vuoi. / Sei Tu il Signore / di tutta la mia vita, / della mia morte / e della mia poesia.” (Il re della mia poesia, da Lacrime..cit.).

Simile sensazione di rovente misticismo poetico sperimenta il Valverde nella Preghiera per noi poeti (in op. cit.): “Signore …/ ascolta, non abbiamo nulla, neanche la nostra stessa vita; / siamo i messaggeri di un qualcosa che non capiamo. / Abbiamo il corpo bruciato da una fiamma celeste. /…/ Tu non ci dai il mondo perché possiamo goderne, / Tu ce lo consegni affinché sia da noi fatto parola”.

Missione precipua e inalienabile dei versi di ispirazione religiosa è disvelare e tramandare il senso dell’Assoluto di cui si nutre l’ispirazione stessa. “E c’è tanta eternità disciolta in queste ore / che ignoro ormai i miei anni. /…/ È come sempre. Come ieri, come domani”. Così riflette J.M. Valverde in Serata di primavera (da L’attesa, 1949), in una visione affabulatoria alla quale sembra fare eco la nostra poetessa con un rasserenante quanto veemente atto di fede: “Il tempo non esiste / se qui ed ora / tu ami totalmente, / il tempo non esiste, / se qui ed ora / ti abbandoni all’Assoluto”. (Come stelle incandescenti, da Lacrime… cit). Come non condividere l’affermazione del grande pensatore e poeta americano, Ralph Waldo Emerson quando ravvisava nella poesia “una fede solitaria, una solitaria protesta nel putiferio dell’ateismo”?

Cenni biografici della traduttrice
Angela Ambrosini

Scrittrice, docente di spagnolo, vive e lavora in Umbria. Ha conseguito il Master in “Traduzione letteraria” presso l’Università di Siena ed è operante quale traduttrice dallo spagnolo in italiano e viceversa a partire dalla pubblicazione di Don Juan di Gonzalo Torrente Ballester (Ediz. Jaca Book, 1985). È titolare delle raccolte di poesia: Silentes anni, (2206), Fragori di rotte (2008), Quando s’apre palude di cielo (2009), Tempus fugit (2011), Nelle fessure del senso (2011), Controcanto (2012), Tornata è la stagione (2014), e di narrativa: Semi di senape (2007), Storie dall’ombra (2011).
Ha tradotto in italiano testi poetici di scrittori celebri nell’opera Poeti italiani scelti di livello europeo (2012), tra cui: Juan Ramón Jiménez (Moguer, 1881 - San Juan 1958), Alejandra Pizarnik (Avellaneda 1936 - Buenos Aires, 1972), Manuel Machado (Siviglia, 1874 - Madrid, 1947), José María Eguren (Lima, 1874 - Lima, 1942), Francisco Brines (Oliva, 1932), Luis Valle Goicochea (La Soledad, 1908 - Lima, 1954).
Alcune sue liriche in lingua spagnola sono pubblicate nelle antologie del “Centro de Estudios Poéticos” di Madrid. Angela Ambrosini collabora con questa Casa Editrice scrivendo saggi introduttivi a talune tematiche in libri della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, ed è presente nel 4° vol. della Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (Guido Miano Editore, 2015).

Recensione
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