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Otium: Annotazioni sulla bellezza

Lunigiana Dantesca

“La bellezza salverà il mondo”: la ormai abusata formula proposta titanicamente da Dostoevskij nel romanzo L’idiota (e tanto amata da Papa Wojtyla), attraversa la nostra contemporaneità in termini tutt’altro che rassicuranti. La frase del protagonista Miškin, un folle di Dio (“idiota” nel senso inglese del fool che percepisce verità altrimenti sopite agli occhi dell’uomo comune), risulta illuminante quanto enigmatica. Ma non è questo il luogo per sviscerare le possibili implicazioni, persino a livello traduttologico, dell’enunciato più volte ricorrente nel romanzo, enunciato peraltro sempre “attribuito” dagli altri personaggi al principe Miškin. Vogliamo solo indugiare, sia pure in sintesi, sul significato non solo ovviamente “estetico” della bellezza. Non certo la bellezza di stampo consumistico legata ad ambito cosmetico, per quanto, si badi bene, l’etimo stesso del termine “cosmetica” sia di per sé paradigmatico in merito al rapporto tra “caos” (disordine) e “cosmos” (ordine) che fin dall’antichità ha connotato la nostra civiltà occidentale, a favore del “cosmos” e cioè dell’idea classica, categoriale, della misura, dell’armonia.

La ricerca del bello, visto in una dimensione di assolutezza sacrale ancorquando agganciata al reale, addita il traguardo di ogni esperienza artistica e in tal senso il celeberrimo verso dell’Endymion di John Keats definisce uno dei cardini dell’estetismo, ma di un estetismo imperniato sull’etica, non sul culto edonistico perseguito da un Oscar Wilde. A thing of beauty is a joy for ever: è un verso di una semplicità e di un’immediatezza sorprendenti, musicalmente blandito dall’istantaneità sillabica della lingua inglese; un predicato nominale nel quale il verbo essere scinde con una cesura matematica il verso stesso in due emistichi speculari il primo dei quali è formato da una coppia di sostantivi semanticamente “divaricati”. Il termine thing, povero e neutrale, in qualsiasi lingua lo si traduca è voragine di nullità e banalità, ma abbinato a beauty, al vertice dell’aspirazione estetica, si trasforma nell’esatto contrario del senso comune di “cosa”, prefigurando anzi immediatamente il concetto di “gioia” e per di più imperitura. La categoria della bellezza, tradizionalmente associata all’effimero, al collige virgo rosas, si fa qui, al contrario, portatrice d’eternità e quel magico for ever riecheggia senza sosta nella mente di chi lo legge. È la bellezza innestata nella ricerca dell’immutabile, del perenne, il recupero di un’unità e di un’armonia perdute.

Quale bellezza, dunque, ci salverà? Una bellezza che, in termini cristiani, inverta la lapidaria equazione che il pensiero greco operava tra “bello e buono” (kalòs kai agathòs) in “buono e bello”. Tommaso d’Aquino teorizzava la convergenza delle tre categorie di Bello-Bene-Vero. Altrove, ancora Keats in Ode on a Grecian Urn canta Beauty is truth, truth beauty, una bellezza che racchiude un appagamento ontologico

reiterando legami che vanno al di là del transeunte. Ma il concetto di bellezza a noi forse più vicino per la disarmante semplicità con cui veicola un concetto di spessore filosofico, di stampo platonico, è quella racchiusa nelle parole del poeta irlandese William Butler Yeats “La bellezza in realtà non è che la vita fisica in una sua condizione ideale”. E forse, divagando in merito al processo del poiein, sono da inquadrare in un’ottica simile le riflessioni di Mario Luzi: “Qualunque vera e motivata poesia tende a ricostruire un universo perduto: anche se non lo sa, fa questo; e si tende e si modella a questa aspirazione, a quel fine per la maggior parte inconscio. Le immagini e il ritmo, e la metrica, il verso collaborano alla costituzione di un ordine che riflette il misterioso ordine perduto e percepito come mancante”. Qualcosa di molto affine alla ricerca della “immortale parola ancora tacita” della lingua Suprema cui aspira il Mallarmé, ormai irrimediabilmente smarrita dopo la frantumazione della Torre di Babele, ormai sommersa dallo storicizzarsi della parola, non più logos.

Concludendo e riesumando una volta di più la pluri-menzionata sentenza dostoevskiana di partenza, oserei affermare che tutti noi, uomini della seconda decade del terzo millennio, ci riterremmo senz’altro gratificati da una bellezza che, anziché salvare il mondo, salvasse semplicemente noi “dal” mondo.

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