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L'interesse di Vincenzo Rossi per il mondo classico traspare da tutte le sue opere (circa una trentina di vario genere letterario); ma in quest'ultima, Platone poeta, si evidenzia in maniera incontrastata per una scelta di studio, di trattazione e di una presa di considerazione critico-letteraria.

Lo studioso molisano non poteva dimostrarcelo meglio di questo suo lavoro, arricchito da una «Nota e Traduzione» a quattro tra le più significative opere di Platone, Simposio, Apologia, Critone e Fedone, che, a nostro avviso, rappresentano i pilastri fondamentali su cui poggia tutto il pensiero politico-filosofico-etico-poetico del Filosofo greco. Attraverso esse il Rossi ha puntualizzato la progressiva crescita della statura di grandissimo «poeta» dell'Ateniese mediante i suoi scritti. Si sa che Platone inizialmente si diede alla cultura componendo proprio alcuni versi, e che, poi, pur denigrando alquanto i poeti, come si può rilevare leggendo passi della sua Repubblica, rimase egli stesso poeta per stile e capacità espressiva nel produrre le opere filosofiche, letterarie, drammatiche, e specialmente nei dialoghi della maturità. Platone è poeta perché nel suo narrare, dialogare, filosofare, discutere, conversare ha usato sempre un linguaggio «poetico», per così dire, chiaro, semplice e convincente che non è stato di nessuno scrittore o filosofo o apologista dell'antichità. Del resto il poeta è colui che sa rendere la parola un mezzo emotivo di un sentire fatto di mente e di cuore, di spirito e di ragione, di terreno e di divino, di fisico e di metafisico; per dirlo con una sola parola, di universalità. Ad un certo punto dice: «Mi resi subito conto che i poeti non poetavano per sapienza ma per una certa natura invasata da un Dio». Ed ecco, allora, in questa sua affermazione, il concetto della poesia come prodotto di ispirazione divina e oggetto di una multiforme interpretazione per 1'esegesi futura. Checché se ne dica, poi, delle sue idee sui politici, sui filosofi, sugli artisti, sui governanti, sulle norme che regolavano il vivere civile dei Greci, egli resta sempre il Maestro che ha saputo indicarci le virtù morali, sociali e religiose utili all'uomo quale entità fisica e spirituale, nonché operatore dei valori educativi necessari per il vivere retto di questa vita, dono di una Mente suprema e perciò degna di essere vissuta nel rispetto di una morale e di una legge.

Filosofo del mito sustanziò il suo pensiero, i suoi personaggi, dell'elemento (mito) che sta alla base della grande poesia che va da Omero a Dante, da Foscolo a Leopardi, ad alcuni poeti Nobel di oggi riscopritori del mondo classico.

L'uomo che vive in questo mondo è il Sapiente. E Platone nell'Apologia ce ne dà conferma riportandoci l'esempio nella persona di Socrate, il prototipo dell'uomo saggio e sapiente; definito dal vaticinio della Sacerdotessa, la Pizia delfica del dio Apollo — stando alle parole del suo amico e discepolo Cherofonte, che avrebbe interrogato il Dio — colui che «Non vi è nessuno più sapiente di lui». Il filosofo per dimostrare la veridicità o meno del responso provò ad interrogare, prima i politici, poi i poeti e gli artisti e li trovò tutti meno sapienti di lui, in seguito a certe considerazioni attinenti alle loro professioni. E alla fine volle fare questa dichiarazione per smantellare la tesi del sapiente: «tra voi, uomini, è sapientissimo soltanto colui che in sapienza non ha alcun valore». Sappiamo che Platone è stato il «discepolo» prediletto di Socrate, il sostenitore di tutti i suoi giusti principi di vita; perciò per trasposizione del socratico ammaestramento si addossa gli sdegni dei suoi interlocutori Meleto, Anito e Licone per queste ragioni: «Meleto perché sdegnato per il mio giudizio sui poeti, Anito per quello sugli artisti e politici e Licone per quello sugli oratori».

Ma ciò nonostante abbiamo capito, però, che Platone, per qualche personale rivendicazione, forse, psico-fraudiana latente, esalta la figura del Poeta come essere fornito di una natura terrena e divina e, quindi, dotato di doppia personalità e capacità intuitiva. Allora non ci resta che rileggere e riflettere su quanto Platone riporta del discorso-prova di Socrate, che dice: «Esauriti i politici, mi recai dai poeti, da quelli che scrivono ditirambi, da quelli che scrivono tragedie e da gli altri sempre con il fine di sorprendere me più ignorante di loro». L'opera di Vincenzo Rossi ha sorpreso anche noi, ci ha resi dotti su un Platone nuovo che avevamo dimenticato e mai approfondito come adesso mediante lo studio di un'opera rivista e riscoperta in modo diverso e in una veste nuova, data anche la sua chiarezza formale ed espositiva in cui ce l'ha saputa presentare tradotta.

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