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Era una bolla trasparente e lucente

Se ne parlava da giorni come di qualcosa di infinitamente preoccupante. Un paese completamente isolato, Codogno, dove nessuno poteva uscire o entrare. Dopo la Cina, anche in Italia si parlava del coronavirus. Si aggiunsero altre zone rosse; parenti e amici degli abitanti di fasce dichiarate tali potevano incontrare i loro cari solo ai posti di blocco restando a debita distanza; potevano anche lasciare cibi e indumenti. Loro, gli isolati, li avrebbero ritirati in seguito, magari immaginando di toccare la mano di chi aveva provveduto, oppure di poterli abbracciare. No, non era possibile come misura precauzionale, non lo era per nessuno. Chi aveva qualche famigliare ricoverato perché colpito da questo virus o da altre patologie, inizialmente poteva parlare con i propri cari in videochiamata oppure guardarli da dietro i vetri delle finestre. Poi anche questo non fu più possibile, molti morirono senza ricevere almeno un ultimo abbraccio da figli, mariti, mogli, nipoti.

Gli autocarri militari attraversarono le città di notte: i loro teloni celavano migliaia di bare di morti di cui, in seguito, i sopravvissuti avrebbero chiesto dove potere recuperare le loro ceneri.

Visioni surreali come solo in certi film si possono vedere. Questa però era realtà. Ascoltavo i TG, i comunicati degli organi ministeriali, tre, seduti dietro un lungo tavolo e a distanza l’uno dall’altro. Istintivamente mi tornavano in mente le comunicazioni fornite dai funzionari di paesi a regime totalitario; mi concentravo sulla certezza che vivevo in Italia, in piena democrazia.

Pensavo a una informativa esagerata nei fatti e nelle cifre.

Restavo, più o meno coscientemente, rinchiusa in una enorme bolla immaginaria e trasparente. Talmente tersa da sembrare costantemente lucidata.

Continuavo la mia vita normale: andavo al parco, lo fotografavo, lo descrivevo come sempre. Non avevano ancora chiuso le sale da ballo e i centri culturali; i contatti con le persone esistevano ancora, come le risate, la condivisione di una passione comune. E baci. E abbracci. Un mezzo della Croce Rossa trasportava gli iscritti, affetti da fragilità motorie, da casa al Centro, e viceversa, dove ci si incontrava per attività varie. Soprattutto di comunicazione. A volte c’erano problemi di apparecchi acustici dimenticati a casa o… in tasca. Immancabili i commenti e le risate. Un salotto per imparare altro ancora, distrarsi, staccare la spina da un quotidiano che può pesare.

La mia bella bolla restava lì, come essere dietro le vetrate di prua di una nave da crociera a guardare l’oceano con le onde arrabbiate, ma che nulla potevano di fronte alla potenza di quel ‘paese’ galleggiante.

Le zone rosse aumentarono, i morti pure, la mia bolla perse la sua lucentezza sostituita da un grigiore a chiazze, sottili e polverose, togliendomi ogni mia sicurezza.

Il biancore dei muri di casa mia non rispondeva alle mie domande. Scuole, centri sociali, attività commerciali e quant’altro furono chiusi. Lockdown in Italia e nel mondo. Allarme mondiale. Pandemia. L’hashtag #iostoacasa e lo sconcerto divennero un’altra incognita da affrontare.

Come tutti cercavo mascherine introvabili come fantasmi; mi bastavano le chirurgiche, ma se anche qualche paese straniero, Cina compresa, le inviavano via aerea, a volte venivano intercettate da qualche nazione ‘di passaggio’ e lì restavano.

La preoccupazione, sempre latente, restava. Ogni mio starnuto diventava un incubo. Nonostante il vaccino antinfluenzale, nell’arco di due mesi avevo fatto l’aerosol, la seconda volta qualche linea di febbre. Non si parlava ancora di coronavirus, il motivo di tanti starnuti che sembravano tuoni, secondo il mio medico di base era dovuto all’odore acre che emanava dai muri abbattuti nell’appartamento di fianco al mio, in fase di ristrutturazione. Allergia alla polvere confinata per giorni tra le mura del mio appartamento.

Due date: 22 gennaio allarme e 3 marzo segregati. Uscite solo per necessità strette; anziani a rischio per le loro supposte fragilità, meglio se restano al chiuso nelle loro abitazioni. Ai loro bisogni avrebbero provveduto, in mancanza di parenti, i volontari: Croce Rossa, Comune, vicini di casa. Buste con gli eventuali acquisti rigorosamente consegnate sulla porta delle loro abitazioni e ritiro del denaro.

Nonostante i miei tanti anni, fragilità di questo tipo non ne ho. Caso mai qualcosa di motorio sì: un vecchio incidente stradale con fratture multiple e diverse cadute nel corso della mia vita; da qui l’assoluta necessità di camminare costantemente e con metodo. Invece sono relegata nelle mie stanze salvo brevi passeggiate quotidiane, utili per la spesa e la farmacia senza superare i 200 metri da casa. Non ho chiesto l’aiuto di nessun volontario, troppo preziose erano quelle brevissime uscite.

Il grigio della bolla è aumentato.

Vivere in un mondo sospeso, un’incredulità di sottofondo difficile da manifestare a qualcuno.

Mi sono così inventata una coinquilina, la Governante, cioè la mia coscienza, il mio io; l’ho umanizzata, l’ho ascoltata, ho vinto quella resistenza che facilità il lasciarsi andare ignorando il rischio di depressione. In seguito Governante è diventato un nome popolare nelle telefonate con parenti e amici; anche nelle rare videochiamate eliminate presto, ma mi ha in qualche modo permesso di uscire prima di avere fatto ulteriori passi dentro il tunnel.

Siamo entrati nel quarto mese, poco per volta sono arrivate delle concessioni, sempre rispettando le distanze sociali e le norme igieniche. Non rispettarle significa correre il rischio di aumentare i contagi ed essere noi stessi vittime. Finalmente potevo uscire, camminare oltre i 200 metri da casa. Eppure…

Sono andata nei supermercati, mi sono rifocillata anche del superfluo. Ho trovate pure le mascherine! Poco per volta, la pandemia ha prodotto statistiche più abbordabili, gli ospedali si stanno svuotando, gli anziani nelle RSA possono parlare, mantenendo la distanza sociale, con i proprio congiunti. I camion militari sono spariti.

Sto risalendo la china, un’ironia quieta è ritornata, cammina a fianco dell’apatia che spintona e alla Governante che non molla.

Sto cercando di rientrare nella normalità, sto cercando di capire cosa mi sia successo, quanto abbiano fatto presa nel mio pensare, nel mio essere, le morti inspiegabili degli anziani, gli stessi che era necessario tenerli in casa per salvaguardarli perché erano i più facili ad essere colpiti. I più facili ma non gli unici! Ci hanno concesso così di uscire, di recuperare la solitudine mentale e di deambulazione cui le persone sole erano state sottoposte.

Sono uscita, ho bisogno del mio parco, Governante mi elenca i nomi dei fiori. Il giallo squillante delle forsizie in fiore, che avevo fotografato imprigionate dietro i cancelli chiusi con i lucchetti, non c’è più; ha lasciato spazio ai gelsomini, alle margherite del prato, al giallo dorato dei fiori di tiglio. Un profumo inebriante che si allontana dal viale verso i campi da tennis e quelli di calcio. La biblioteca è ancora chiusa, riaprirà non si sa quando.

Al parco incontro amici, c’è il vociare dei bambini, dei loro genitori a gruppi; i cani sono festosi più del solito. Sono andata dal parrucchiere, la bolla trasparente e lucida sta tornando, ma non mi lascia più in una solitudine bugiarda: chiunque mi vede e viceversa. Posso parlare delle mie incertezze e dell’incredulità che non se ne va completamente. E non torna la famigliarità immediata con le persone, tipica del mio modo di essere.

Governante mi ricorda distanze e mascherina. Ribatto che al parco non è obbligatoria per chi fa sport e io cammino con i bastoncini da Nordic Walking!

Sono sicura che, se fossimo davanti allo specchio, vedrei la sua aria paziente/irritata.

"Guarda avanti! Respira adagio. Puoi abbassare la mascherina." aggiunge.

Eseguo. Aerosol, difficoltà respiratorie, raffreddori sono ormai cosa lontana; sono sopraggiunti i primi caldi inframmezzati da temporali che talvolta sembrano uragani, altri verrebbe da dire: ‘tanto rumore per nulla!’

Ho smesso di guardarmi intorno, cammino come fossi sospesa in un mondo che non conosco. Continua, a fasi alterne, il senso di disorientamento.

"Vai avanti, non avere paura!" come mi diceva mio padre ed è come se fosse tornato accanto a me, figura silenziosa, uomo di poche parole, ma che non ha mai smesso di inculcarmi lo spirito necessario per proseguire da dove avevo interrotto il mio cammino. Mio padre, sempre lo stesso che mi diceva: ‘Tu te la cavi sempre!"

"Non sempre, babbo, non sempre!"

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