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Nome e cognome

Dalla cornice ovale mia nonna sorride.

Per anni, seduta accanto alla finestra che dava sul cortile, ha aspettato quieta l’arrivo di noi nipoti. Il fazzoletto legato sotto il mento e le mani raccolte in grembo in compagnia dei suoi pensieri.

Un giro attorno a casa di tanto in tanto; un passo dietro l’altro.

“Tu non ti dimentichi di me! Sai, quando si è vecchi il tempo non passa mai. Voi giovani avete la radio, la televisione… viaggiate, scrivete… Io so solo scrivere il mio nome e cognome!”

Glielo avevamo insegnato mia cugina Patrizia ed io e di questo lei si compiaceva.

Le sedevo accanto in attesa che i ricordi prendessero forma. Le memorie giungevano da lontano, occorreva tempo per farle salire a galla.

Ero nata nella fase terminale di una guerra rabbiosa che aveva messo in ginocchio l’Italia intera. Mio padre era al fronte. Mia madre aveva partorito con me, secondogenita inaspettata. La gente aveva fame. I nonni materni mi avevano accolto in casa loro perché avessi anch’io pane e companatico.

I nonni mi avevano amata e cresciuta. Lei era stata il mio ponte e un punto di riferimento. In un certo senso lo era anche per i partigiani che di notte si aggiravano furtivi, ai margini dei filari di viti, come i lupi affamati. Si appostavano in attesa del suo ritorno con la sua carriola e il cibo trovato al mercato nero. Migliaia di passi tra sentieri e fossati per evitare pericoli o di qualcuno che potesse fare la spia. “Ci avrebbero ammazzati tutti.”

I tedeschi le avevano occupato la casa dove, senza capire, li avevo condotti io.

“Eri arrivata dal viottolo e loro dietro, due ragazzi in divisa con appena l’ombra della barba. Indicavi i loro elmetti e ridevi.”

Ne arrivarono altri. A volte mi usavano come palla. Mia nonna li rimproverava, loro minacciavano di portarsi via il nonno, lei gli faceva scudo con il proprio corpo.

È rimasta il mio ponte anche a guerra terminata. Continuavo ad ascoltare le sue storie che mi sembrava di conoscere a memoria e invece ricordavo male. Le chiedevo aiuto quando mi sentivo sola, triste, stanca o disperata.

Quando si rovesciò addosso una pentola di brodo bollente, le gravi ustioni parevano non darle scampo. Mio marito ed io tornammo dalla Francia, dove eravamo in vacanza, sostando l’indispensabile. Lei mi disse che sarebbe guarita, che sarebbe tornata come nuova e mi regalò uno dei suoi splendidi sorrisi.

Guarì e tornò nelle sue due stanze. Ci teneva, alzando la gonna come un vezzo, a mostrarmi ‘le pezze’, piccoli quadratini di pelle diversi per colore e dimensione, ‘incollati dai medici’ alle cosce.

Figli e nuore non le permisero più di cucinare, per i pasti andava a turno a casa loro.

Continuai a tenerle compagnia più spesso che potevo. Stavo bene con lei.

Quando mi capitava di assistere ai sui modesti pasti, mi chiedeva di ‘pelarle il formaggino’, cioè di togliere l’involucro di stagnola. Erano momenti di allegria per tutti, lei compresa.

In quella casa ora mancano le persone che mi hanno amata e io vorrei avere quel piccolo foglio dove lei scrisse, per la prima volta, il suo nome e cognome: per una grande conquista.

Poi se ne è andata. Diceva che era stanca; chissà se ha mai contato i suoi passi!

Dopo tanti anni che lei non c’è più, io continuo a dire che vado dalla nonna per non sentirmi monca, senza il mio ponte.

Ho sempre faticato a scrivere di lei, ma quando lo faccio è in po’ come averla accanto. E’ di nuovo il momento di tornare a casa, solo un bacio alla cornice che la racchiude…

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