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Sentieri della memoria

“I sentieri della memoria”, un libro che resta nel cuore per ciò che racconta, per la capacità di coinvolgere il lettore, in particolare chi conosce, se non tutte, almeno alcune delle realtà qui raccontate.

Renato Uguccioni non era uno scrittore, eppure ha saputo rendere in maniera superba il racconto, attraverso i sentieri della memoria, di un’epoca, di un territorio e della sua gente generosa e solidale. La parola ‘sentieri’ qui è anche intrigante per questa sua potenza rievocativa che porta a galla la realtà antica di un luogo. Una serie di brevi racconti per narrare oltre cinquant’anni di vita dalla seconda guerra mondiale.

In certi momenti della lettura, si avverte una velata malinconia seguita poi da episodi che fanno sorridere, se non ridere. Eppure ogni vicenda, ogni descrizione di quelle case di contadini, del cuore di quella gente, delle colline intorno alla valle del Savena e del suo fiume, porta a riflessioni e a considerazioni. Sì, Uguccioni ha raccontato di un mondo che ormai non c’è più, l’ha fatto con tanto amore per la sua terra e i suoi abitanti, l’ha fatto con l’abilità di uno scrittore professionista, con un linguaggio che va dritto ai sentimenti buoni tangibili nel tempo che fu da lui raccontato, forse non così numerosi oggi, se ci sono il più delle volte restano nascosti come le violette a primavera.

I protagonisti delle vicende narrate hanno nomi di fantasia, Mingon e Antenisca, ma le storie raccontate sono reali e il paese di Stiolo resta il teatro di un’epoca: storia, ambiente, costume e società.

Renato Uguccioni non c’è più e questo suo libro, uscito postumo, è stato curato da Gianna Zagni come un continuo abbraccio all’autore. E noi lo leggiamo volentieri, seguiamo le vicende di questi due contadini assieme a quelle dei paesi della valle. Scopriamo così la Dondina, un canto, dove si sostituivano le parole della canzone con quelle necessarie per comunicare un evento di valle in valle. Ci pensavano le pastorelle che partivano al mattino di buon’ora per portare al pascolo il bestiame. Colei che iniziava il canto, lo indirizzava al protagonista per ottenere il suo consenso (una forma di privacy) e la canzone proseguiva da una pastorella all’altra, volava di valle in valle con le sue modulazioni, informava e chiamava a raccolta gli abitanti dei paesi vicini perché la loro presenza fosse di gioia o di conforto al protagonista e alla sua famiglia.

C’erano usanze particolari; ad esempio, a quei tempi era consuetudine per la famiglia di un defunto, di donare un piccolo obolo, secondo le possibilità, agli intervenuti al funerale come ringraziamento per la loro presenza. C’era gente magari venuta da lontano, richiamata dalla… Dondina.

La storia di Mingon e Antenisca è nei racconti che scandiscono le loro giornate. Troviamo così Mingon che, partito soldato e sparito nel nulla, torna dopo quattro anni e si ritrova con un figlio in più. Botte da orbi e poi abbracci a moglie, colei che… rispose, e ai figli che questo bimbo avevano accolto con affetto e tenerezza. Una delle tante storie; ognuna, a leggerla con attenzione, ci dona un suo insegnamento magari da accogliere.

Erano i tempi in cui i trovatelli passavano dagli istituti, alle case dei signori come servitori o in quelle dei contadini come garzoni per fare piccoli lavoretti. Leto aveva il compito di svuotare la carriola, piena di stallatico, in concimaia. Quando chi gli faceva anche da padre, e aveva molta cura di lui, lo mandò ‘alla dottrina’, Leto si preoccupò di chi avrebbe ‘guidato’ la carriola in sua assenza. “Tranquillo, ci penserò ‘Dominiddio’, gli rispose. E il bambino andò sereno. Seguì con attenzione la catechista e quando lei gli chiese dove fosse Dio, lui molto seriamente rispose: “È nel fienile che guida la carriola!”.

Un piccolo sorriso in questo mondo che organizzava ‘staffette’, per trasportare un malato all’ospedale più vicino, portandolo di valle in valle con lettighe di fortuna facendo trovare, a lui e ai suoi portantini improvvisati, ristoro e ricambi necessari per proseguire.

Altra particolarità del libro, l’uso di parole dialettali e, tra parentesi, la traduzione; un bel modo per aggiungere al libro, se casomai ce ne fosse bisogno, quel sapore d’antan che accarezza i sentieri della memoria.

Un libro da tenere a portata di mano e rileggere qualche pagina di tanto in tanto, per avvertire il sapore ‘di buono’ o trovare persone che ‘fanno a botte’, proseguono poi il cammino con il sapore del perdono che non dimentica ma guarda avanti.

Recensione
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