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Quando un libro mi piace, spesso avverto la necessità di fermarmi per riflettere su ciò che sto leggendo. Mi ritrovo con l’indice infilato a segnalibro tra le pagine chiuse, una mano ad accarezzare la carta, e forse le parole, per fantasticare su particolari appena accennati o soltanto per assaporarli. E l’ultimo libro di Paolo Ruffilli mi è piaciuto molto con le sue frasi brevi messe in fila, la loro cadenza musicale, la voglia di rileggerle come fossero i versi di una sua poesia. Sono le impressioni di una lettrice senza pretese di critica letteraria, ma con una spiccata curiosità verso il modo altrui di raccontare le storie e che ama, poi, descrivere e scrivere le impressioni ed emozioni percepite.

Ci sono autori che mi piacciono molto, altri ancora di più: Paolo Ruffilli appartiene a questa seconda categoria. Il giorno stesso dell’uscita in libreria di Un’altra vita, sono andata a cercarlo in mezzo novità: libri distesi come margherite sopra i tavoli; due passi appena e il libro, con le due figure in copertina, un uomo e una donna che sembrano andare da qualche parte chiusi ognuno nei propri pensieri, era tra le mie mani. Ho iniziato a sfogliarlo già al primo semaforo rosso, curiosa di leggere subito qualche riga qua e là. Paolo Ruffilli ha una capacità tutta speciale nell’uso della parola, sia che si tratti di prosa o poesia. Ha una sensibilità e un’acutezza che gli consente di calarsi nei personaggi come vivesse le loro storie: quelle vissute e le nuove che, a volte, si creano.

Un’altra vita, me lo sono portato in vacanza, sistemato in borsa tra macchine fotografiche e il key way per via della pioggia che continua a scendere a rate; un viaggio in pullman, pieno di altre vite, piuttosto lungo, il che mi ha dato modo di scorrerlo adagio, poco per volta e magari ritornano indietro di tanto intanto per rileggere qualche passo con maggiore attenzione, per immaginare di questi amori, di nuove vite, di altre storie. Immaginare i volti e le voci, quelle vere, dei personaggi e, magari, anche i loro nomi.

Venti racconti, cinque per ogni stagione, ognuno composto da otto brevi capitoli e ognuno dedicato ad un autore prediletto. Il filo conduttore è l’amore, l’amore di una vita, di altre vita quando lo si riscopre, oppure lo si cerca come altra/altre possibilità di una nuova storia. Risvolti che sorprendono, catturano e fanno pensare. Storie raccontate con delicatezza, lievemente, che rivelano una profonda conoscenza dell’animo umano come se ogni storia appartenesse all’autore, gli appartenessero i giochi di incastri che si susseguono assieme alle emozioni e ai sentimenti che ogni incontro, ogni vita insieme genera.

Tante pennellate quei suoi periodi brevi; soste come a condurre per mano l’autore inducendolo ad una lettura più lenta per assaporare ciò che ci ha trasmesso, appunto, con lievità e delicatezza. Ogni racconto ha rappresentato, per me, l’entrare in una stanza e poi in un’altra e in un’altra ancora per seguire gli avvenimenti, il rincorrersi degli amanti con le loro pulsioni, le loro verità che non sono mai quelle degli altri. Non hanno un nome i protagonisti, come non hanno un nome i luoghi testimoni di queste storie; ci sono solo piccoli tocchi a rappresentare gli uni e gli altri in una specie di caccia al tesoro affascinante e misteriosa. Ecco, il dilatarsi delle sue parole che allarga i miei orizzonti di lettrice, che da vita alla mia fantasie, che accresce il gusto della lettura. Questo è ciò che, ai miei occhi, lo rende più interessante di altri: lasciare spazio alla immaginazione del lettore che non resta al palo, abbandonato in una specie di pigrizia mentale mentre scorre ogni dettaglio minuziosamente descritto.

I personaggi, anche se senza nome, non sono anonimi, perché, da come le storie sono raccontate, potremmo essere ognuno di noi che, come loro, potremmo uscire dalla nostra vita per entrare ed uscire da quella degli altri per noia, per amore, per disperazione o solo per illuderci un poco.

Ci sono alcuni racconti che, ovviamente, mi hanno colpito più degli altri, forse perché mi ci sono in qualche misura ritrovata, o perché più intensi, più coinvolgenti: Assente il corpo e un consapevole amore a senso unico, poi L’amica, Concerto per pianoforte a altri ancora. Come mi hanno colpito certe espressioni come: I meli in tarda fioritura coprivano il cortile con il loro tetto di pallide stelline… (La locanda irlandese), Il sole declinava e sopra i prati si andavano allungando le ombre della sera…(La passione delle idee), La neve copriva le colonne, la cancellata e il muro di recinzione, rubando ad ogni cosa il suo aspetto di immagine reale e fondendo tutte le tinte nell’unico colore… (Il gelo dell’insonnia) e qui la lista sarebbe più lunga.

Vorrei aggiungere che le storie che Paolo racconta ne hanno rievocato altre non scritte, storie di amori in un susseguirsi di vite, e di stanze, che mi hanno vista, di volta in volta, involontaria e anche impotente spettatrice, o protagonista addolorata e poi disincantata per sempre, oppure amica e consolatrice…

Ho letto le ultime pagine durante il viaggio di ritorno, ma la musica non è finita, l’ultima nota è rimasta nell’aria assieme all’ultima parola letta e al desiderio di ripartire da capo.
Recensione
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