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Due libri: uno di poesia, l’altro di narrativa. Due generi diversi, due differenti prove di scrittura ma, in realtà, un’unica, vibrante testimonianza letteraria del proprio mondo interiore.

  Stiamo ragionando di Cerco un pensiero e Altri tempi, opere pubblicate dalla pescarese Daniela Quieti con i tipi delle Edizioni Tracce della medesima città abruzzese.

Perché abbiamo parlato di totalità, di una sola riconduzione ad un tutto compatto ed omogeneo? È presto detto: ciò che, da subito, al termine delle letture, balza evidente agli occhi è, per l’appunto, questo bisogno della scrittrice di raccontare, ma non si tratta semplicemente di un’oggettiva esposizione dei fatti: le storie, gli avvenimenti altrui sono in qualche modo autobiografici, hanno il compito – per così dire – dell’appiglio al quale ci si affida più che per narrare, per dirsi, per offrirsi apertamente agli uomini. Nella prefazione ad Altri tempi – a firma di Giulio Panzani – si legge, a proposito di questa narrazione, “che (la stessa) non è solo descrittiva bensì un percorso attraverso il quale si opera un ricongiungimento delle vicende di un mondo, di un’epoca, con un’individualità – quella appunto di Daniela Quieti – che vi attinge le ragioni dell’anima.”, e più avanti: “le parole divengono… il respiro, il ritmo e l’intonazione – come direbbe il grande Mario Luzi – del cosmo interiore dell’autrice nell’atto di accordarsi con quello esterno”.

Sono osservazioni – con le quali ovviamente concordiamo – che, in modo appropriato, mettono l’accento sulla comunicazione (il “ricongiungimento”) tra il fuori e il dentro, tra il consorzio umano e le motivazioni del singolo.

Passiamo, però, all’analisi testuale per meglio comprendere l’attitudine della Nostra a questo particolare tipo di confessione. Basta pensare alla storia del cavallo di cartapesta, ricevuto in dono da colui che narra, all’età di otto anni, per la promozione: un regalo semplice, umile, sicuramente insignificante per l’opulenta e consumistica società moderna ma così prezioso, così importante per chi lo riceve – all’epoca in cui è ambientato il racconto – da “(saziarlo) di gioia”, da fargli proferire “Mi sembrò di vivere in una fiaba, di essere un piccolo principe, di avere tutto il mondo dentro di me.”; oppure riflettere sul narrato di “Ladri in canonica” (ladri – anche loro – “d’altri tempi”), due giovanotti che, alle rassicuranti parole del curato, scoppiano in lacrime, “(raccontano) la loro storia di povertà” e vogliono confessarsi, per rendersi conto di un riflesso, quello dell’anima dell’autrice che s’immedesima, meglio, si trasferisce “senza riferimenti certi a persone e cose” (v. la Premessa), a luoghi e tempi del passato in un’osmosi che “(impreziosisce) l’ordinarietà” degli eventi illuminandoli e illuminandosi contemporaneamente.

Se, dunque, in prosa, Daniela Quieti si racconta attraverso i racconti degli anziani, in poesia, com’è naturale, si rivela più direttamente ma – anche qui – scegliendo la strada a lei più congeniale, quella della confidenza, della fiduciosa comunicazione di sé; e lo fa, ancora, con la stessa capacità immedesimativa che abbiamo riscontrato nel testo di narrativa. È questa la ragione per cui, in apertura, si parlava di compattezza, di omogeneità della sua scrittura.

Sembra quasi che la ricerca del concetto, dell’idea (come suggerisce il titolo della raccolta) si orienti, senza mezze misure, in questa direzione: la poetessa s’impegna intensamente nello stabilire quel contatto con i suoi simili che le permetta di vivere, in prima persona, le loro stesse esperienze con una partecipazione emotiva che non ammette filtri e svela, mentre assorbe, la nudità del proprio mondo interiore.
Recensione
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