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Una danza intorno al concetto della parola

Filippo Giordano è poeta estremamente attento alla scansione, al ritmo ed alla musicalità del verso: conosciamo la sua scrittura per essercene già occupati in precedenza, nel corso di un’antica e tuttora viva frequentazione letteraria.

Abbiamo adesso tra le mani – oggetto di doni dallo stesso gentilmente ricevuti – due dei suoi ultimi lavori, nei quali questa sua disposizione è quanto mai evidente ed amplificata: stiamo parlando del recentissimo Ditirambi, Lai e Zagialesche e dei Minuetti per quattro stagioni. I titoli scelti non fanno che accrescere la nostra convinzione e ci persuadono sempre di più circa il ruolo essenziale assunto dal canto in questo dettato.

Ma procediamo per ordine: il richiamo esplicito a forme compositive di tipo arcaico quali il ditirambo, il lai (o laio) e la zagialesca non deve trarre in inganno in quanto l’intenzione dell’autore non è certo quella di rifarsi a schemi e costrutti della tradizione ellenica, romana o medievale per seguirli pedissequamente, tutt’altro, egli vuole prenderne spunto per dare vita a creazioni assolutamente proprie ed originali che, di quelle figure, abbiano – per così dire – l’anima, l’interna risonanza, il clima spirituale e culturale che le contraddistingue.

D’altro canto, basta sfogliare le pagine del testo e – in ultimo – quella posta in appendice dallo stesso Giordano, a mo’ di piccola lezione di metrica, per rendersi conto che al poeta interessa ricostruire una cantabilità – in chiave moderna – che sappia trasmettere al lettore, in toto, la straordinaria varietà cognitiva ed emozionale dell’universo-uomo. Prima di passare alla poesia, si ascolti, ad esempio, come dalle parole esplicative sul ditirambo trapeli – nonostante l’inevitabile prosaicità – il bisogno incoercibile di un dire armonico e di un concento: “Dicesi ditirambo un inno cantato e danzato in onore del dio Dioniso. . .Era una composizione poetica corale, dove poesia, musica e danza erano fusi insieme e tutti e tre indispensabili in ugual misura. . .”, e si rifletta su questa commistione di generi artistici diversi che, uniti, danno luogo a qualcosa di nuovo, ad una liricità che si giova dell’accompagnamento di flauti e tamburi, della grazia delle movenze di decine di danzatori. Il testo che ne scaturirà, quasi come un peana, porterà dunque con sé tutto questo; sarà sempre un testo poetico, che non avrà perduto, però, gli echi ancestrali della sua nascita, del suo formarsi e, in definitiva, del suo stesso essere contemporaneamente parola scritta, cantata e ballata.

Ecco, di una parola siffatta è alla ricerca il nostro poeta; un verbo che abbia la forza di nutrire la sua fame di conoscenza ma anche il suo bisogno, l’aspettativa di una melodia che rechi suoni ed atmosfere del grande concerto universale. Viene in mente una lirica che accorpa le due necessità in modo mirabile: in Ancora e proiezione – questo il titolo – il dire poetico riesce nel recupero di una parola che ancorata, appunto, in un passato atavico, sa lanciare nell’avvenire il suo carico di suoni, d’amore e di promesse. L’ispirazione nasce dal ricordo di quel randagio, “una spinone a pelo crespo”, che “nell’estate del novantanove / . . . . / nel grembo di una sera con la luna”, venne notata “all’ombra accovacciata / talmente spelacchiata e magra / da impressionarci come un cimitero”; vinto l’iniziale timore, cresce l’affetto fino all’adozione: “Poi scivolò la nostra diffidenza / come acqua piovana giù dai monti / irrorando la bestiola d’allegria”. Potrebbe sembrare una delle tante storie (purtroppo oggi frequenti) di accoglienza di animali abbandonati ma non è così, perché il Nostro allarga infinitamente gli orizzonti giungendo – in una convincentissima chiusa – a proporre una riflessione esistenziale di largo respiro e fiduciosa prospettiva: “Ancora primitiva del bestiale / passato umano vuoto di parole. / Vivente speranzosa proiezione / di affettuosi tempi nel futuro. // Chissà se Bella è cane o è poesia?”. L’idea di un ormeggio in un tempo pre-coscienziale dà la possibilità di rinvenire il seme della parola e la domanda finale, lungi dall’essere dubitativa, ne è la più chiara riprova. “Accade – come sostiene Sebastiano Loiacono in postfazione – che le parole abbiano virtù come tali. Parole suono. Parole sensualità. Parole significato.”.

Fin qui, parlando dell’ultima fatica del poeta di Ristretta, ma non dissimile risulterà il discorso se si volesse prendere in considerazione l’opera che, nel 2007, è stata presentata con il titolo Minuetti per quattro stagioni. Lo abbiamo fatto, e abbiamo creduto di individuare un parallelismo che ci sembra pertinente oltreché rivelativo di una continuità di pensiero che – come detto – s’impegna nella ricerca fonetica per disporre di tutte le potenzialità espressive che la parola poetica è in grado di trasmettere e di tramandare.

Anzitutto, perché minuetti, perché il ricorso a questa danza antica in tempo ternario? Ce lo spiega, di nuovo, Giordano nel risvolto di prima di copertina, dove precisa che gli stessi “battono il tempo con ritmica cadenza, secondo lo schema haiku di 5/7/5 per ogni strofa”: è già, questo del ritmo, un singolare ed efficace accostamento del ballo alla scrittura e, perché no, di due culture, quella orientale e quella occidentale, che vengono così ad intrecciarsi facendo nascere dalla loro interazione qualcosa d’inedito che ha dell’una e dell’altra civiltà senza – per questo – ricalcarne vacuamente le impronte. E, ancora, sul piano strutturale, “una suddivisione matematica dei testi, 20 dei quali composti da due strofe ciascuno e 4 (uno ogni sei) composti da 5, seguendo uno schema ciclico”: un regolare ritorno, dunque, come quello delle stagioni che, succedendosi, misurano un tempo diverso, il tempo della vita. Un altro elemento si somma alla contabilità: la ricorrenza, il riproporsi sicuro e puntuale delle quattro età dell’anno che costruiscono le ere dell’eternità; una ripetizione sempre uguale e sempre differente che il verso asseconda nella piena adesione alle “tenere e vitali offerte della natura” (v. Vincenzo Rossi nella prefazione). Mai, nel Nostro, si avverte una lontananza, persino nei momenti (rari in verità) più apertamente – come dire – antropologici è sempre presente, più o meno diretto, il richiamo alla fatalità di un ordine naturale precostituito e infallibile, sebbene, a volte, difficile da accettare: “Al gioco vince / chi fra i fortunati ha / più abilità? // Oppure vince, / fra gli abili migliori, / chi ha più fortuna?” – “E poi Novembre. / Un giorno per i morti / che vedemmo qui // vivi fra i vivi / appena l’altro ieri; ora disparsi.”.

La citazione di questi versi ci consente di concludere la disamina dei Minuetti con una nota prettamente semantica: la parola, in essi, non si sperpera e neppure, della stessa, si fa un uso consumistico, nel rispetto della sua sacralità; è, nello stesso tempo, il “vomere (che) solca” e l’“utero inseminato (della terra)”.

È per mezzo di questo riconoscimento che la scrittura poetica di Giordano si eleva – tanto nei Ditirambi che nei Minuetti – ad una propria, certa ed esemplare cifra stilistica; è un innaturamento – per usare una terminologia cara ad Erri De Luca – questo suo canto, questa sua danza intorno alla parola.
Recensione
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