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Perché sia sempre chiara l'eco

“Ho scritto queste suggestioni per ricordare folclore e nostalgie, curiosità e tradizioni della mia leggendaria terra. . .”: così – nella premessa a Echi di riti e miti – Daniela Quieti motiva le ragioni della scrittura e della raccolta di questi brevi racconti che le sono stati ispirati, appunto, dal suo Abruzzo.

Ed è, senz’altro, uno stimolo più che sufficiente – quello di riportare alla memoria, intendiamo – ma siamo convinti che, alla fine, il risultato che ne è scaturito, vale a dire il lavoro nel suo insieme, nella sua organicità, è andato ben oltre le aspettative dell’autrice. Ci spieghiamo: è come se i singoli capitoli (ogni racconto, dunque) intrecciandosi e dando vita ad una successione leggendaria e proverbiale di avvenimenti, abbiano saputo conquistarsi una propria fisionomia, una propria, distintiva, cifra letteraria. Ecco: il pregio di un libro (vincitore, tra l’altro, del primo premio al Concorso Internazionale Autori per l’Europa 2009) come questo, sta – a nostro modo di vedere – esattamente nel valore della conquista.

Perché, però, abbiamo parlato di un esito che supera le attese? Ma perché, forse, neppure lei, l’attenta scrittrice pescarese, immaginava, quando si è trovata a dare corpo al florilegio, che dagli “echi” lontani di usanze ancestrali potesse nascere un’opera di narrativa compiuta nella sua interezza. Certo è che tutto ciò è avvenuto, ma non poteva ancora accadere se l’esposizione dei fatti non fosse stata costantemente sorretta da un “linguaggio raffinato e autentico”, da un riferire volutamente semplice e genuino, dalla chiarezza con la quale si desiderava arrivasse al lettore il messaggio; e si, poiché, al di là degli aspetti folcloristici e tradizionali, “è la dimensione spirituale contrapposta al cinico materialismo di falsi stereotipi ferocemente e prepotentemente imposti dalla modernità” a farsi comunicazione in queste pagine, come acutamente prosegue e sottolinea Ilaria Degl’Innocenti in quarta di copertina.

Siamo al dunque, a quell’importanza, decisamente letteraria, cui si accennava in precedenza. Ci sono episodi, in particolare, che spiccano sugli altri in quanto più profondamente capaci d’investirsi della facoltà di trasmettere, d’essere – attraverso le parole – tramandati: il primo di questi – forse il più bello – è Il poeta e il pozzo, frutto di un’occasionale passeggiata della Nostra (“Senza nessuna ragione apparente, i miei passi mi conducono davanti alla casa natale del Vate) nel centro della città vecchia di Pescara. Facile intuire di chi e di quale dimora si tratti: eccoci, quindi, proiettati dalla marginalità odierna a riscoprire, a rivivere quel “centro”, quel cuore pulsante che continua “pur se tra l’eco dei rumori esterni”, a spingere il sangue della vita nelle arterie ingolfate della città. Non c’è acqua in quel pozzo, c’è sangue: ossigenato, vivo, nutriente; sangue che pulsa al ritmo dei versi della Pioggia nel pineto, di quella impareggiabile musicalità, e rende la descrizione uno spaccato di storia che ci raggiunge, ci tocca e ci fa riflettere.

Ma non è il solo, questo racconto, che si caratterizza per un’attitudine che – come detto – ci piace definire letteraria: si pensi, ad esempio, a Settembre, andiamo. È tempo di migrare, un testo che, ad iniziare dal titolo, evoca le atmosfere della transumanza (di nuovo, tramite un celebre verso di D’Annunzio), di una migrazione che non ci appartiene più e viene, purtroppo, da associare oggi all’idea dello spostamento di grandi masse, di popoli interi, che abbandonano la propria terra alla ricerca di “pascoli” che possano sostentarli. E come torna attuale, allora, la chiusa, coincidente ancora con un verso indimenticabile: “Ah perché non son io co’ miei pastori?”

Si potrebbe continuare, si potrebbe, ancora, dire de La montagna di Maja, l’antico Paleno, che il mito ricorda della guerriera della Frigia, da cui il nome Majella; ma è giunto il momento di concludere, ed il modo migliore di farlo è quello dell’auspicio: che possa, davvero, questo libro infondere nell’animo di chi legge la sua spinta vitale, così improrogabilmente indispensabile all’uomo moderno per tentare di abbattere le “mura invalicabili” (v. la prefazione di Romano Battaglia) di cui troppo spesso si circonda.
Recensione
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