Servizi
Contatti

Eventi


Ntra lustriu e scuru (Fra luce e buio) è il titolo di una plaquette che Filippo Giordano dà alle stampe con i tipi delle Edizioni “Il Centro Storico” di Mistretta.

Si tratta di nove poesie in dialetto, nove poesie soltanto, straordinariamente sufficienti a chiarire un intero pensiero, a fornire in modo esauriente – ne siamo persuasi – le ragioni di una poetica. La prima di esse, quella eponima della raccolta, è già un segno preciso del percorso che si vorrà seguire: “Sugnu ntra lustriu e scuru, nna sta strata | chi sparti a manu manca ra riritta.” (“Sono, fra luce e buio, in questa strada | che divide la mano sinistra dalla destra.”) –dice il Poeta – come ad affermare di trovarsi sempre accompagnato, nel suo cammino, da ombre e lucori, ma dichiarando – e qui sta la portata dell’intuizione poetica – che gli opposti non sono mai stati in contrasto, nonostante le apparenze e persino la sostanza delle cose: “A manu riritta viu spirtizza e scuru! | (Quantu lustriu cc’è mmienzu a ssu scuru?) | A mancunìa mmeci, vavareddi! | (Quantu scuru cc’è ntuornu a ssu lustriu?)” (“A destra vedo esperienza e buio! | (Quanta luce c’è in mezzo a tale buio?) | A sinistra, invece, gibigiane! | (Quanto buio c’è attorno a tale luce?” E non ingannino i punti di domanda, ché la presenza non è messa in dubbio, semmai è la quantità che resta insondabile nella sua misura.

Siamo entrati così, quasi in punta di piedi, nel vivo di questa poesia: una scrittura caratterizzata, negli aspetti formali, dall’uso di figure metriche e retoriche che privilegiano la musicalità e, in quelli contenutistici, dell’esposizione di avvenimenti per lo più abituali che favoriscono, a loro volta, la naturale leggerezza della narrazione. Ma non sarebbe ancora questo, in qualche modo, a farla uscire dal ristretto ambito, anche se significativo, dell’elaborazione vernacolare; vogliamo dire che ciò che ne fa una voce fuori dal coro o, meglio, una voce che “si aggiunge alla bella schiera della grande tradizione… siciliana” (dalla prefazione) è il lievito di quella riflessione privata e profonda sui quesiti esistenziali che non possono avere soluzione al di fuori, forse, dell’unica, parziale penetrabilità che risiede nella parola.

“E’ il mistero – siamo totalmente d’accordo con il Prefatore – il vero protagonista della silloge”. Non c’è lirica che non risenta del suo afflato, della sua indicibile imponenza eppure, alla fine, al termine dei racconti meravigliosamente semplici di Giordano, non resta che quel soffio, quella sua sfiorata permeabilità. Permane a lungo in noi, dopo la lettura, un senso arcaico che, se da un lato è di soggezione e finanche di arresa, dall’altro ci solleva, ci fa riconoscere l’inesplicabile, il divino come parte di noi stessi. Ecco perché questa prova è da collocarsi si – a nostro avviso – nell’area della poesia dialettale ma con quelle connotazioni che fanno della lingua madre un etimo universalmente compreso. E bene ha fatto il Nostro – se è lecito parlare di scelta – a servirsi della propria parlata per esprimere concetti che difficilmente vengono resi in questa direzione: a lui è riuscito e gliene va riconosciuto il merito.

Torniamo, però, ai versi, all’insolita commistione di chiarezza e misteriosità in essi contenute: il Poeta prende sempre spunto da episodi che lo hanno visto interessato in prima persona ed è davvero sorprendente come il pathos narrativo si trasferisca dal particolare all’universale senza nessuna sbavatura, quasi che quella debba essere la sua naturale conclusione.

Si potrebbe citare indistintamente ma si pensi alla sequela di immagini consegnate alla parole, sbattute forte “nna sta ran trancascia” (“sopra questa grancassa”), di “Stasciuni” (“Estate”): “Ora ca u cauru ogni gghiuornu crisci |…. | … a sira, pa missa, a vecchia nesci, | e Razzino n-campagna a crapa pasci… | … | u Sinnicu pensa a crisciri li tasci |… | A mmari cc’è cu smascia pi li pisci |… | Iu pienzu a cui muriennu n’annivisci | e puru a Maria Laura ca nasci.” (“Ora che il caldo ogni giorno cresce | … | verso sera, la vecchietta esce per la messa | e Orazio in campagna pascola la capra… | … | il Sindaco pensa ad accrescere le tasse | … | A mare c’è chi si dedica alla pesca … | Io penso a chi, morendo, non resuscita | ed anche a Maria Laura che nasce.”), alle risposte attese invano “ra carusanza finu o nonnu vavu” (“dalla gioventù fino alla vecchiaia del bisnonno”) di Cu nni sapi…? “ (“Chi lo sa?”), al fatto incredibile e misterioso, riferito “A Cicciu ca è dutturi” (A Ciccio che è medico”), della repulsione provata nei confronti di uno sconosciuto passante: “Ti ricu ca iddu nenti m’avia fattu; | né tannu né mai eppimu paroli. | U juornu ruoppu arristai cunfrenti | sintiennu ca r’infartu avia murutu…” (Ti dico che tra noi niente mai c’era stato; né allora né prima avemmo qualche battibecco. | Il giorno dopo rimasi allibito | sentendo che era morto d’infarto…”). Sono esempi che inequivocabilmente dimostrano che la rivelazione del Mistero non solo è possibile ma è continuamente sotto i nostri occhi: gli eventi eccezionali non sono altro – si pensi alla vicenda di Cristo – che la conferma dell’esistenza nel cuore di ogni singolo uomo della chiave della sua decifrabilità o indecifrabilità che dir si voglia.

Recensione
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza