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Questi versi di Guido Martini potevano tranquillamente mostrarsi sotto il titolo suggerito dalla poesia posta a conclusione della raccolta. In modo senz'altro meno esplicito ma con quel sottile alone di mistero (che, come vedremo, è comunque presente lungo tutta l'opera), "La donna che rubava i fiori" — questa la lirica cui abbiamo fatto riferimento — avrebbe suscitato nel lettore una maggiore curiosità intellettiva, peraltro, poi, ampiamente soddisfatta dal protrarsi del discorso poetico.

Intendiamoci: non si vuole, con questo, muovere alcuna critica, al contrario, si sta cercando d'enucleare quello che ci sembra l'elemento fondante di questa scrittura. Cos'è, dunque, nell'ipotetica intestazione, che tanto convince sul piano contenutistico?

A parte la sopraccitata misteriosità, c'è già, chiara, inequivocabile, lei, la donna: oggetto (inteso come fine ultimo) e soggetto (in quanto dea ispiratrice) del canto d'amore del nostro poeta. La figura femminile è, quindi, il centro, il Sole intorno al quale descrivere la propria orbita di corteggiamento.

Franca Alaimo sostiene — nella premessa al testo — che lo stesso "rimanda al topos amoroso della letteratura cortese", ed è acutamente nel giusto quando, proseguendo, afferma che "Guido Martini canta l'esperienza dell'amore come una tensione costante verso una ‘dama' lontana ed irraggiungibile, nutrendosi, come Rudel, delle uniche gioie d'amore concesse dal sonno". Queste felici intuizioni della scrittrice siciliana nel mentre conchiudono e definitivamente confermano il ruolo imprescindibile della donna, o della dama, aprono l'orizzonte dell'indagine esegetica.

Torniamo a "La donna che rubava i fiori": così, nell'incipit, il poeta: "Al tam tam della sera, | quando vele di vetro | traluciono d'azzurro il nero buio, | appari come trasparente sole. ": come non scorgere in questa apparizione il volto pallido e trasfigurato — nel senso di idealizzato dal sogno — di quella dama, appunto, lungamente immaginata e desiderata?

La notte, e con essa l'intera sfera onirica, è il palcoscenico dove prendono forma le immagini; non solo, i suoni, i profumi, le sensazioni: ". . . come acquosa | luce lenta e fessurata, | sebbene tanto attesa, | eccoti improvvisa riappari dopo eclisse ed il deserto non è più silente | ... | ardente lava | brilli la notte e ti abbraccio, così come sei, | di quel calore che non brucia." (da "Eccoti") — "Ti scioglierò i capelli | spalmando il tempo che ti parla | delle tue piante assetate | di quell'acqua che porti | a sera con la luna." (da "La sete").

Ma c'è dell'altro: ciò che non fa scadere questo canzoniere nella leggerezza o nel sentimentalismo tipici di una certa scrittura melensa e poco significativa. In una delle composizioni, sul finire della raccolta, Martini si chiede o, meglio, domanda alla sua dama: "T'ho mai conosciuta? | Ma dove, ma come?" e, ovviamente, non riceve risposta, ma è proprio quel silenzio che ci fa comprendere chi, realmente, il poeta stia corteggiando. L'amata non è una donna ma la donna; simbolo di maternità, di bellezza, di poesia, "una sorta di archetipo mentale — dice ancora la Prefatrice concludendo la sua introduzione — da cui sgorgano ricordi, sogni, speranze e anche soavi tristezze...".

Ecco allora spiegato il perché di un distendersi tanto melodioso di un canto che fa della musicalità — e vivaddio — la ragione essenziale del suo esistere: una parola che vuole essere, tornare suono dopo gli inutili clamori dell'assuefazione e del giorno.

E' così che, seppure "ferito", lo "scricciolo-(poeta) vag(a) | a cercare le briciole | di un pasto avanzato".

Recensione
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