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Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi

Non è impresa agevole – come ha fatto Filippo Giordano con il suo Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi – porre in così stretta relazione scienza e poesia; non solo, ma stabilire dei nessi tanto intimi e, per certi versi, stupefacenti da indurre a riflessioni in grado di penetrare nel fitto del Mistero.

Si legge, in quarta di copertina: “Può la scoperta di una legge matematica fare intuire un ordine universale che legittima la presenza dello Spirito divino, mutando la miscredenza dell’autore in fede? È una domanda che, alla luce dei contenuti – diciamo così – poetico-matematici della raccolta, non lascia aperto dubbio alcuno circa l’affermatività della risposta: ciò che, in effetti, risalta – al termine della lettura – è il senso, la spinta, l’energia che si percepisce nell’illuminazione, ancor più che l’intuizione stessa.

Intendiamo dire che quello di cui stiamo trattando non è un testo scientifico bensì un libro di poesia in cui il pensiero deve fare i conti, deve necessariamente mettersi a confronto con l’altro sé, con il proprio corrispondente sul piano istintivo (se vogliamo, immaginario) ma, non per questo, illogico o addirittura – e quel che è peggio – infondato e privo di consistenza.

La teoria, dunque, che Giordano enuncia in queste pagine acquisisce una duplice valenza, che sarebbe, però, un grave errore – a nostro avviso – non considerare come unica, inscindibile rivelazione: sta nel suo insieme la forza, il collante che permette di “colmare una lacuna culturale della storia” (ancora dalla quarta).

Si prendano le strofe conclusive della composizione che chiude Sussurri del cielo, la prima delle tre che compongono l’opera. Da Nel mare grande delle attrazioni: “Che logica mentale ci farebbe / signori d’una speculazione / qualora scoprissimo che il Caso / è cavaliere Principe sovrano / dei numeri e non della volontà / divina servo fedele? Vassallo / sarebbe allora l’uomo di quel Caso, / sinonimo e anagramma del Caos / ribelle dell’ordine costituito / o, ancora peggio, dell’universo / emblema di accidente imperituro.”, cui segue la decisa confutazione, il rigetto di una presa di posizione unilaterale e, consequenzialmente, falsa e restrittiva: “Ma ciò non è – infine avrò ragione / al cospetto mondiale della logica – / essendo certo del fiuto primitivo / che la poesia di logica vestita / raccoglie essenze extra-ordinarie / nella scala numerica che fino al cielo sale.”.

Ecco: è questo presentimento, questo “fiuto primitivo” che mette il Nostro sulle giuste tracce; una perspicacia che si fonda sull’istinto ma non condanna l’intelletto, al contrario, se ne serve per “vestire” l’inventiva, per rendere sempre più luminosa quella sorgente di luce che è la creatività.

Finanche il Mormorio (dei) numeri primi – la parte centrale: quella necessariamente più razionale e sistematica – è ammorbidita, già dal titolo, dal bisbigliare delle cifre che umanizza, quasi, queste entità così reali ma in qualche modo astratte, e rimanda ad alcuni passaggi eminentemente poetici (“Due si guardò intorno e sgambettando / secondo la lunghezza del suo passo / . . . . / . . . raggiunse un altro spazio informe” – “. . . stanno i numeri primi dentro la corolla / che circonda ogni numero al quadrato” – “Quadrato del cinque è il venticinque. / Petali della rosa del cinque al quadrato” – “Alla corte dei numeri quadrati / il re quadrato perfetto / ha sempre fidi cavalieri / che si fanno a pezzi per la causa.”).

Prima della nota in appendice, che sintetizza il suo studio sull’origine e funzione dei numeri primi, Giordano termina con la sezione – a nostro modo di vedere – più impegnativa: quella delle eterne domande esistenziali con le quali, da sempre, l’uomo si confronta.

È, senz’altro, l’essenza di questo suo lavoro, in quanto proprio qui la poesia, lasciando intatto il senso del Mistero, risale alla “sorgente di luce che abbaglia” nell’unico modo in cui, alla stessa, è possibile ritornare: cogliendo cioè quell’attimo di grazia che lega, anziché separare, la logica all’intuito, la fede alla ragione, l’Assoluto al relativo.
Recensione
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