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Dall’impercettibile velatura di un cielo azzurrissimo lo “Squarcio di sogno”

“Ora una domanda mi preme dentro…: chi è l’altro? Certo, non è né un nome né un’ombra, bensì una realtà chiamata, raffigurata, interpretata, subita, carezzata, anche dominata dalla protagonista: è un personaggio vero, perché antitetico al primo attore e, nello stesso tempo, coesivo, osmotico nelle sensazioni, nel pathos, nelle illusioni di fragili promesse…”. Così Aldo Onorati verso il concludersi dell’introduzione a Uno squarcio di sogno di Daniela Quieti.

Abbiamo voluto in tal modo principiare, estrapolando appunto il passo citato dalla dotta quanto acuta prefazione, perché siamo convinti che nel momento stesso in cui si tenta di rispondere all’urgente richiesta di comprensione che nasce nell’intimo, allora realmente si entra nel cuore di questa poetica. Una poesia – quella della Nostra – che sceglie di mostrarsi apertamente, senza infingimenti ma che, per farlo, non trascura neppure un attimo di essere fedele a se stessa, alle sue ragioni ed alle verità che si nascondono nelle pieghe più profonde dell’animo.

Ne consegue che, come in un cielo impercettibilmente velato ma azzurrissimo di fondo, questa scrittura sappia offrirsi al lettore in piena convinzione e sicura originalità.

Tratteniamoci, però, sulla domanda-chiave: identificare l’altro non è né scontato né agevole; si potrebbero fare molteplici supposizioni e tutte risulterebbero appropriate ma, a noi, sinceramente questo non interessa: intendiamo dire – per quanto ci riguarda – che ciò da cui siamo conquistati è, comunque, la presenza di un qualcuno o di un qualcosa che permetta, opponendosi e confermandosi, di leggere tra le righe, d’intuire prima ancora di capire. Innanzi tutto, l’alter ego (non è poi così incongruo definirlo tale) non è necessariamente una persona: viene da pensare ai versi franti, spesso formati da una sola parola, della lirica “Rappresentazione sentimentale” nella quale – più che in altre forse – la figurazione “fuori | dal tempo | di un’identità | senza | censure” si sposa, paradossalmente, con la concretezza di un “tu | così speciale” da perdere la propria fisionomia per acquisire quella evanescente, ma reale, di “uno squarcio di sogno”.

Assistiamo in questo modo – spettatori senza diffidenza – al duplice passaggio dal reale all’immaginario e viceversa, alla loro interscambiabilità e, infine, alla trasposizione, all’immedesimazione del tu-amore nel sogno-amore avverabile ed avverato.

Ciò nondimeno esclude il fatto che improvvisamente ci si trovi di fronte ad un uomo in carne ed ossa, sempre, però, con “quella luce” negli occhi che è “l’eco | dell’anima”, che “pazzescamente” fa dire “ti amo”: è l’amore in “Nei tuoi occhi” dove – ancora una volta – diventa difficile, se non impossibile, separare il vero dal desiderio, il corpo dallo spirito, l’amore dall’odio. Ci si interroghi sull’incipit di “Ancora una parola”: “Dimmi | ancora | una parola | d’amore | e d’odio | noi saremo | tutto”, e si rifletta sull’idea di una totalità onnicomprensiva, di una visione a tutto tondo dell’inesauribile e contraddittoria miniera di sentimenti e di emozioni dell’essere umano.

E non mancano neppure i riferimenti a un tu trascendentale: benché mai apertamente nominato, come non percepirlo in questi versi: “In questo cielo | ti cerco | oltre l’inafferrabile | insegna delle cose | … | Quando il sogno | si squarcia | ti riconosco | cuore scuro | della via lattea | che voglio | … | Da un tempo | insaziato | insieme | mi conduce | qui a te | la tua voce | dove arretra | l’ansia | e m’insegna | il cammino…”.

Eppure, di nuovo, non possiamo precisamente tracciarne il profilo; persino quando il tu è “il paese chiaro sotto il sole”, qualche tegola nera – lungi dal voler essere oscuro presagio, a nostro modo di vedere – cela, con la sua ombra il nido della rondine. Simbolo e metafora di una speranza e del suo eterno rinnovarsi ad ogni primavera.

Da quanto detto, deducibile una sola conclusione: l’altro, l’amato, al quale Daniela Quieti rivolge il suo canto appassionato, è inafferrabile, sfugge sistematicamente a qualsiasi forma di soluzione o – se volete – è lei stessa, la scrittrice, la vera protagonista, che vuole che sia così; e non per voglia di primeggiare ma per ambire a guardarsi dentro attraverso uno specchio in cui trova riflessa un’immagine nuova, che non le appartiene e, neppure, può essere riferita ad un volto conosciuto.

Ecco, allora, il parallelismo, l’analogia con il valore simbolico dell’altra parola rivelativi che, già dal titolo, s’impone all’attenzione: il sogno – meglio sarebbe dire: “uno squarcio di sogno” – la sua elusività, il suo confondersi nelle nebbie dell’inconscio ma, anche, e proprio in virtù della sua inespugnabilità, la sua verità assoluta e illimitata.

Una verità “che spaura”, certo – come afferma la stessa poetessa – perché, non di rado, ci mette a confronto con il nostro doppio, perché non fa sconti nel suo proporsi libera dalle infinite contaminazioni che investono la sfera razionale dell’esistenza e, tuttavia, una splendida realtà che non risparmia e non consuma, che non si mostra e non si nasconde, che non muore e non vive.

Passando, a questo punto, alla resa letteraria dell’universo interiore che si agita nel profondo di questa esperienza di vita, sarà interessante notare come il tutto si traduca sulla pagina in una scrittura – e consequenzialmente in una lettura – di tipo polisemantico (v. ancora Onorati) rendendo con ciò onore alla prerogativa essenziale del discorso poetico. La poesia non deve svelare; è lei lo specchio nel quale ci riflettiamo, nel quale vediamo noi stessi e gli altri e il mondo senza quei veli artificiali che ce lo fanno apparire diverso da quello che è: il mondo, quello naturale, quello del sogno, è contraddittorio, è multiforme, è policromo, e sta in questo la sua straordinaria bellezza.

Bene, le liriche contenute in questa raccolta hanno saputo testimoniare in favore del bello, non si sono votate ad atteggiamenti di tipo solipsistico per le ragioni che abbiamo esposto, perché il soggettivismo è la posizione propria di chi vede unilateralmente, di chi non è disposto a cercare l’amore – e, perché no, l’odio – dove mai penserebbe di trovarlo.

Daniela Quieti, al contrario, si è impegnata coraggiosamente nel mettersi in ascolto di una voce fievole, che proveniva da lontano, rispondendole con i suoi versi nudi e concisi, che nulla concedono alla ridondanza, alla retorica; liberi di poter offrire un dono: quello di un “inverno in fiore | di margherite fuori stagione”, quello di un sogno che, con il suo bagliore, faccia tacere il buio della sera.
Recensione
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